Lettera a un ragazzo della classe Duemila

QUINTA COLONNA
di  Marcello Veneziani
Caro Ragazzo nato nel Duemila, pensavo a te nel Novecento come a una figura mitologica, una specie di marziano che avrebbe abitato altri mondi, si sarebbe alimentato in altri modi, avrebbe viaggiato per altre galassie. Era questa la promessa euforica che circolava negli anni sessanta del secolo scorso, a cavallo delle conquiste spaziali e non solo. Era il sogno di fuggire dal Novecento ideologico e bellicoso per entrare in un millennio né rosso né nero, ma latteo come la via omonima, e vitreo, come si addice al video trasparente.
Padre di due figli nati nel millennio scorso, sognavo di avere un terzo figlio nel terzo millennio e per scherzare con l’immortalità, promettevo anche un quarto figlio nel quarto millennio… Ma poi la vita ha preso un’altra piega.
Ora ti incontro in giro, ti sfioro per strada, ti incrocio mentre esci da scuola o vai all’università, e ti vedo fin troppo uguale a me, a noi, brontosauri del millennio passato. Ma sotto la buccia di una somiglianza, se poi mi affaccio nella tua vita, nel tuo lessico, nel tuo immaginario, nel tuo sapere, trovo un abisso di differenze. Alcune sono decisamente a tuo vantaggio: la capacità di abitare la tecnica e il globo, con una padronanza che noi non avevamo, la capacità di navigare nell’universo matematico, la tua refrattarietà ai sogni collettivi, salvo fiammate ambientaliste nel nome di Gretology, la nuova setta planetaria. Ma la sensazione che poi mi coglie è esattamente rovesciata rispetto a quella che ti fanno percepire media, scuola & agenzie globali: ti hanno fatto credere di avere una visuale più lunga, più larga, globale, rispetto alle generazioni precedenti. Continua a leggere

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Le tendine AntiCristo e il Dio antifascista

QUINTA COLONNA
di Marcello Veneziani
Non mi sono ancora ripreso dal video di Alessandra Moretti, esponente telegenica del Pd, che giustifica la decisione del sindaco del Pd di Pieve di Cento, Sergio Maccagnani, di coprire con le tendine i simboli cristiani che appaiono in cimitero per non turbare la sensibilità di chi non è credente. Il progetto, spiega il sindaco, “prevede di montare un sistema di oscuramento motorizzato con teli di tessuto che consentiranno di coprir temporaneamente le immagini sacre e le tombe di famiglia, così da permettere la celebrazione di riti laici”. Pensavo fosse una fake, una gag, una caricatura fatta ai danni del pd, della sinistra e dei laici. Invece, l’esponente nazionale del Pd la riprende sul serio e con favore, nel programma televisivo di Paolo Del Debbio, sottolineando che si tratta di tendini “amovibili”. Non ci posso credere.
Temo che una tendina inamovibile, dura come una cataratta di demenza, sia scesa a oscurare quelle menti. Proviamo a ragionare seppur in presenza di sragione. Una civiltà che da secoli, da millenni, segue dei riti religiosi, adotta i simboli religiosi, vive tra segni della cristianità in ogni luogo (chiese, piazze, ospedali, scuole, palazzi civici, cimiteri comunali, ecc.), a un certo punto dovrebbe occultare i suoi simboli per non recare turbamento a chi non crede. Premesso che ciascuno è libero di credere o no, ma che fastidio, che turbamento, che problema può dare un simbolo cristiano a chi cristiano non è? Se non annette alcun significato a quei simboli, se li declassa a puro arredo funebre, che tormento o affronto subisce? Che sofferenza può avere se è nato e cresciuto in un paese, in una civiltà, in una storia, in cui quei simboli sono e restano prevalenti nei secoli? Capisco che a Notre-Dame il prode Micron, cognome più realista di Macron, dimentichi la “ragione sociale” della cattedrale e la tratti come un monumento laico, statale e repubblicano. Capisco che i cristiani per Obama e per la Clinton siano ridotti a una setta primitiva di “adoratori della Pasqua”. Ma con le tendine AntiCristo abbiamo raggiunto l’Idiozia Perfetta, inarrivabile, che ce la invidieranno i laici e gli anticristiani di tutto il mondo, dallo Sri Lanka al Canada, per toccare tutti i gradi dell’arcobaleno. Continua a leggere

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Quando i proletari trucidavano le signore

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani
A ogni corteo del Primo Maggio le mie vecchie zie ricordavano con orrore l’eccidio delle sorelle Porro ad Andria nel loro palazzo di famiglia. In realtà era accaduto in occasione della prima Festa della Donna – che dunque cominciò con un duplice femminicidio “progressista” – ma il corteo dei lavoratori, la Cgil di Peppino Di Vittorio, i comunisti, suscitavano nelle case dei signori e dei proprietari quel ricordo spaventato. Ricordo uno slogan sentito da bambino a piazza Catuma, ad Andria: “Nemmeno un padrone si salverà”. Nicola Porro avrà una memoria famigliare più diretta delle due signorine trucidate dalla “cieca plebe pervertita”, come fu scritto nel manifesto funebre. Va pure detto che nel dopoguerra le condizioni dei braccianti in Puglia erano infami, sfruttati e trattati come schiavi dai caporali, a volte costretti alle museruole per non mangiare i frutti raccolti…
Per decenni quell’eccidio fu rimosso o considerato un tributo inevitabile al progresso sociale o un esempio di lotta di classe, antipasto della rivoluzione. Luciana Castellina e Milena Agus hanno dedicato a quell’eccidio un libro – Guardati dalla fame – comprensivo sia verso le due sorelle, che consideravano l’ingiustizia sociale come un fatto naturale, una sorte, sia verso la folla inferocita che le uccise. Il mondo è cambiato, i nuovi signori ora sono radical chic e i nuovi affamati sono i migranti che sbarcano. E comunque i poveri stanno con Salvini o coi 5stelle. Ma uccidere due donne inermi e devote, solo perché rappresentavano la classe odiata, resta una vile barbarie e un crimine comunista. Vale usare la definizione di femminicidio anche se le due signore non erano emancipate femministe ma anziane possidenti all’antica?
MV
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Miseria e Libertà


QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Non si è ancora spenta l’eco del 25 aprile, col monito di Mattarella di non barattare la libertà con l’ordine. Risuona nelle mie orecchie l’unica vera, sensata obiezione alle opinioni qui espresse sul 25 aprile: come ricordò l’antifascista Vittorio Foa al fascista Giorgio Pisanò, tu oggi sei libero di parlare perché vincemmo noi il 25 aprile. Ancor più vero sulla bocca di Vittorio Foa che fu un antifascista contro il regime imperante, finì in carcere, non fu un antifascista postumo, quando era facile e vantaggioso esserlo.
Però io vorrei capire che ne è adesso della libertà, com’è concepita e vissuta oggi dalla gente comune. Vorrei cioè provare su strada le declamazioni sulla libertà di Mattarella o nel nome di Foa. Provo a mettere la modalità silenzioso al chiasso sulla Resistenza e l’antifascismo e a concentrarmi sulla libertà presente e corrente. Ma cos’è oggi questo Valore assoluto, la Libertà, che non va barattato né con l’ordine né con nessun altro bene o principio? Come viene di fatto intesa e praticata la sullodata libertà dalla gente comune, dai ragazzi, dalle fabbriche d’opinione dei nostri giorni?
Giravo da solo tra la gente nel dì di festa, il 25 aprile, sentivo i discorsi ai bar o dei ragazzi appollaiati sui motorini, ho fumato un sigaro in un angolo appartato dove spinellavano i ragazzi e c’era un viavai di immigrati. Ascoltavo le loro chiacchiere e mi ricordavano altri discorsi già sentiti altrove. Cambiano i linguaggi, ma non gli orizzonti. E alla fine sento di poter rispondere in questo modo alla domanda, cos’è mai la libertà per la gente, per i giovani, per l’opinione corrente? È la libertà di fare tutto quel che io mi sento di fare, che mi gira in testa; libertà è non avere limiti, salvo quelli economici, liberarsi di regole, obblighi morali e confini, liberare i propri desideri, vivere come mi va, io sono ciò che voglio essere; senza seguire nessuna prescrizione, nessuna tradizione, nessuna regola. Anche se poi, di fatto, segui la moda, i trend, i riflessi condizionati, i consumi veicolati, le opinioni prefabbricate. E poi, niente da pensare, solo cose da comprare. Continua a leggere

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La pasqua vegana secondo greta

Ovviamente, noi abbiamo mangiato un fantastico agnello e poi una fiorentina di rara bontà. Perché Dio ci ha messo a disposizione certi animali per nutrirci della loro carne. Alcuni, anche per usanza religiosa.

QUINTA COLONNA
di Marcello Veneziani
Come si traduce Greta in versione pasquale? Pranzo vegano, come ha detto lei stessa. Il gretismo dalle piazze si è spostato sulle tavole pasquali e alimenta la guerra civile dell’Agnello. Da una parte i cultori carnivori della tradizione secondo i quali non c’è Pasqua senza agnello, capretto o affini da mangiare; dall’altra i seguaci della setta planetaria di Gretology, nel nome vegano dell’animalismo e dei diritti degli agnelli. Esenzione totale degli agnelli dai banchetti pasquali, immunità sacramentale del capretto. Che un agnello debba morire di vecchiaia o di malattia e non di banchetto pasquale, è una delle conquiste dovute all’umanizzazione degli animali e alla parallela animalizzazione dell’umanità. Posso capire che qualcuno scelga la via vegetariana; li rispetto, comunque sono fatti loro. Li capisco meno quando vogliono stravolgere tradizioni e processare religioni, generare sensi di colpa collettivi, propagare fanatismi che spezzano il ciclo naturale e la catena alimentare. Personalmente propendo per una soluzione di compromesso: consumate l’agnello pasquale ma di pasta reale. Così l’agnello in carne e ossa è salvo, e il rito dell’agnello pasquale pure. Anche se reputo frustrante per l’agnello non essere più al centro delle attenzioni pasquali, perdere la sua giornata di gloria, anche se finiva in tegame, e tornare a una banale marginalità. A meno che si senta una specie di rifugiato politico, seppur strumentalizzato dal politically correct. Col fastidio aggiuntivo di avere nei convertiti vegani dei concorrenti erbivori.
Ma al di là di Pasqua resta irrisolto un mistero, che è poi un’ingiustizia. Perché se vai al bar trovi il cornetto vegano, se vai al supermercato trovi la linea per i vegani, se vai ai ristoranti trovi cibi per vegani, e invece se sei diabetico non trovi un beato fico? Perché una scelta dietetica, una credenza, a volte una moda, trovano ampio spazio nei nostri negozi e invece una malattia, uno stato di necessità, che riguarda milioni di persone, non trova spazio nella nostra società? Non accampate le ragioni di mercato perché varrebbero anche per il target più vasto dei diabetici. È una scelta ideologica, è un prolungamento dell’ideologia global di Gretology. È il dieteticamente corretto, è il bergoglismo alimentare, è l’animalismo come religione dell’umanità. Continua a leggere
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La Chiesa brucia nell'odio

 

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Sembrava un missile dell’antichità la guglia di Notre-Dame che si è staccata nell’incendio, ricadendo sulla stessa rampa di lancio da cui partiva. Sembrava il razzo di una tecnologia perduta, chiamata fede, che puntava al cielo per tornare al Padre e che invece ora cadeva al suolo, come un tizzone ardente verso l’inferno. Razzi era il titolo dei lampeggianti aforismi di Baudelaire dedicati alle rovine della modernità, al cortocircuito del progresso, all’incendio della tradizione.

Le Chiese, le cattedrali, sono luoghi simbolici, liturgici, rituali. E così vanno considerati. Se una Chiesa brucia, se la più rinomata cattedrale d’Europa brucia, qualcosa vorrà dire nel regno allusivo dei simboli. E il silenzio del Papa rientra nella simbologia dell’evento. Appena ho visto l’incendio, ho pensato al suicidio di Dominique Vennier in Notre-Dame, la primavera di sei anni fa, per testimoniare il suicidio della nostra civiltà. Certi atti profanatori scatenano energie negative, evocano demoni, direbbe un religioso al tempo in cui fu eretta Notre-Dame.
Sessanta chiese bruciate nell’arco di pochi anni in Francia, magari durante i restauri, sono un bilancio preoccupante che possiamo sbrigare come un caso, un dato statistico su 45mila edifici sacri, come gli incidenti sul lavoro. Ma risale poi nel nostro immaginario, tra mito e superstizione, il nesso tra il suicidio della cristianità e la distruzione delle chiese, tra l’abbandono della fede e l’incuria che porta all’incendio, tra l’odio verso la cristianità e il fuoco che l’avvolge, tra la denuncia papale che le chiese sono vuote di fedeli e sacerdoti e dunque va ridefinita la loro destinazione d’uso e lo scempio sotto i nostri occhi… Continua a leggere

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Un ponte tra vecchi e giovani

QUINTA COLONNA
di Marcello Veneziani

Ma non si può correggere strada facendo il reddito di cittadinanza, renderlo socialmente più utile, eticamente più degno, economicamente più sostenibile, collegato a un’attività anziché a una passività? Non dico abolirlo, a questo punto, dico almeno correggerlo, riportandolo alla realtà. Cerco di spiegarmi.
Innanzitutto, cosa non va del reddito di cittadinanza? Che viene assegnato lasciando praticamente a casa il beneficiato o lasciando che questi possa lavorare in nero. Un reddito assegnato a prescindere dall’impegno, dai meriti e dalle capacità. Le prime avvisaglie del suo perverso funzionamento non mancano e restano avvolti nella mitologia parastatale i cosiddetti navigator o coach che dovrebbero vagliare le richieste e gli accessi al reddito di cittadinanze.
Non va che sia un reddito improduttivo, un gravoso onere a carico della collettività, e che sia affidato a un vago percorso di inserimento nel lavoro, in base al quale saranno via via presentate al beneficiario offerte di lavoro (scaturite da dove, generate da chi?). Tutto molto fumoso, anche se lastricato di buone intenzioni. Invece proviamo a fare un altro discorso, partendo dalla società in cui viviamo.
Dunque, viviamo in una società di vecchi, sempre più vecchi e soli, abbandonati al loro destino e alla tv. I giovani a loro volta abbandonano le città, soprattutto i paesi del sud, vanno via in cerca di fortuna. Si crea nelle nostre società un terribile razzismo anagrafico per cui i vecchi possono stare solo coi vecchi e i giovani stanno solo coi giovani, non c’è più comunicazione attiva tra le generazioni, si è aperto un baratro tra le età. Le famiglie si sfasciano tra i vecchi da assistere e i figli che “divorziano” dai loro genitori perché devono andare a cercarsi un lavoro lontano. Che ne sarà di tanti centri in cui i ragazzi vanno via, ridotti a cronicari o a luoghi di ricovero per migranti senza lavoro? È una grave emergenza ma non c’è nessun discorso politico e sociale che provi ad affrontare la questione. Continua a leggere

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Mamma la destra!

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani
“Chi cerca il terremoto prossimo venturo deve andare in fondo, a destra. È l’area politica più attraversata dallo spirito dei tempi, uno spirito ribelle che soffia nelle sue vele spingendola quasi ovunque verso il successo elettorale, dopo la conquista dell’egemonia culturale, con i pensieri concorrenti in ritirata”. Mamma mia, chi è questo prosatore di destra in preda all’entusiasmo e al delirio di onnipotenza? È Ezio Mauro, già direttore de la Repubblica in un editoriale dell’altro giorno sul medesimo quotidiano. Abbiamo omesso solo una parola di quel brano – “feroce” – che dà una connotazione negativa al testo, ma per il resto sembra scritto da un euforico annunciatore della destra dilagante. Invece, per dirla con Ungaretti, è solo allegria di naufragi. Ma ha ragione il sismografo Mauro, c’è davvero nell’aria questo terremoto, questo vento possente e globale, questa egemonia culturale destrorsa?

Che ci sia un’inversione di tendenza nel mondo, di segno populista, identitario, a volte conservatore e sovranista, per usare il gergo corrente, lo scriviamo da tempo. E che in questo alveo si spiega il successo della Lega di Salvini è altrettanto evidente. Ma ha senso parlare ancora di destra se le forze che rappresentano quest’ondata quasi mai si definiscono tali e se il vecchio linguaggio novecentesco riesce a malapena a sopravvivere in modo residuale? Continua a leggere

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La Spagna tra Franco, i rossi e José Antonio

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Con l’aprile di ottant’anni fa finiva in Spagna la sanguinosa guerra civile. Il Caudillo Francisco Franco andava al potere. La Spagna conservatrice, cattolica, militare e nazionalista debellava la Spagna repubblicana, comunista, laica e antifascista. Il franchismo è stato il bersaglio ideale per concentrare in una sola immagine il Nemico Assoluto della modernità e della sinistra: golpista, militarista, fascista, clericale, servo degli americani. Un riassunto ideale del Nemico e la rappresentazione militare di Dio, Patria e Famiglia. In Italia poi, col paradigma franchista si prendevano due piccioni con una fava: il fascismo e la Dc, rispetto ai quali Franco era ritenuto l’anello di congiunzione, la dimostrazione vivente del clerico-fascismo, sintesi reazionaria tra militare, clericale e dittatore. Il clerico-fascista è il cugino opposto del catto-comunista. Lo confermava il sostegno che la Chiesa, poi l’Opus dei, gli agrari dettero al franchismo.

In realtà, la vittoria di Franco segnò una duplice sconfitta: una maggiore del comunismo e del laicismo repubblicano che era suo alleato; e una minore, ma non meno significativa del fascismo. Qui entra in gioco la figura chiave del “fascismo” spagnolo: il marchese José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Movimento falangista. Una lettura di comodo racconta che la Falange diventò una colonna del regime di Franco che instaurò in Spagna il culto di José Antonio. In realtà le cose andarono diversamente. La Falange voleva realizzare una rivoluzione ulteriore, che partendo dal socialismo e dal sindacalismo si volgesse in chiave nazionale e spirituale. Contro il ripristino dell’ordine sognato da conservatori e militari, José Antonio nel manifesto della Falange sognava un ordine nuovo: “Nessuno ci supera nella rabbia e nel disgusto verso l’ordine conservatore, affamatore di masse enormi e tollerante verso le dorate oziosità di pochi”. E aggiungeva: “Dopo gli scontri, ogni collaborazione con gli elementi dell’ordine è espressamente proibita”. Continua a leggere
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Si fanno scudo dei bambini

di Marcello Veneziani
Fonte: Marcello Veneziani
Ramy e Adam, Greta, Nora, la bambina di dieci anni usata come testimonial contro la legge Pillon, Marius, il bambino protagonista del film C’è tempo di Walter Veltroni (che aveva già realizzato un film infantile intitolato I bambini sanno); e La paranza dei bambini, il film-libro di Roberto Saviano, ma soprattutto i bambini esibiti nei congressi, nelle manifestazioni di piazza del Pd, usati nelle scuole o nei programmi alla Fazio per campagne anti-mafia, cortei anti-razzismo, anti-omofobia, anti-inquinamento, meglio se neri, rom, migranti o disabili. È finita in mano ai ragazzini l’utopia di un mondo migliore.
Se vogliono far sbarcare immigrati o sostenere lo ius soli, mostrano le immagini di un bambino, raccontano una storia straziante, come quella del bambino annegato con la pagella cucita sul petto; cercano di far passare gli sbarchi e i flussi migratori tramite il caso pietoso, la storia struggente, la tenerezza a cui è da bestie dire di no. Si fanno scudo dei bambini, li usano come cavalli di Troia.
La sinistra italiana sarà abortista, poco incline verso la famiglia naturale e la maternità, propenderà per le coppie omosessuali, strizzando l’occhio agli uteri in affitto, ma da qualche tempo si è data alla puericultura e all’uso dei bambini come testimonial delle sue battaglie o di quelle che vuole strumentalizzare. In quel modo vuol confermare la sua superiorità sul piano morale, civile e sentimentale e la sua sensibilità speciale nei confronti del futuro e delle generazioni che verranno. Vogliono ipotecare il futuro, monopolizzando il pensiero “puerilmente corretto” dei bambini, ritenuto naturaliter di sinistra. Una forma politica di pedofilia, in senso etimologico, s’intende.
Certo, l’uso dei bambini fa parte non da oggi del repertorio della politica, per non risalire ai tempi remoti, basti pensare al Novecento: l’uso che ne hanno fatto i presidenti americani, i papi, i sovrani e i regimi totalitari rossi e neri, è stato massiccio e mai casuale. Esibire la carezza di un leader a un bambino, fotografare un quadretto di famiglia, farsi rubare con apparente casualità un’immagine puerile o una scena privata, fa parte da tempo del gergo politico e delle sue strategie di comunicazione. Anche Sandro Pertini, che pure non aveva avuto figli e nipoti, voleva apparire come un nonno che amava i bambini. Pure Sergio Mattarella, appena può, pertineggia. Associare la propria immagine ai bambini rende più affabili e affidabili. Continua a leggere

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