Orban porta Salvini al confine ungherese: ​"Così ci difendiamo dai migranti"

 

Il faccia a faccia per tessere una nuova alleanza in Europa. Orban porta Salvini a Roeszke: “Ecco come difendiamo i confini dai migranti”

Un Partito popolare europeo che distolga lo sguardo da sinistra, stracciando l’alleanza degli ultimi anni con i socialisti e che si rivolga invece verso destra, verso il nuovo gruppo sovranista a cui sta lavorando Salvini. A quella che sembra una missione impossibile, visti gli orientamenti attuali a Strasburgo e Bruxelles della dirigenza del Ppe, mirano il leader del Carroccio e un peso “massimo” dei futuri equilibri europei come Orban, recentemente sospeso dal Ppe proprio per le sue posizioni estremiste. Oggi Salvini è appunto in visita istituzionale a Budapest e, in qualità di ministro dell’Interno, avrà un bilaterale con l’omologo Pinter. Ma non è un mistero che il vero motivo del viaggio è mettere sul tavolo del leader di Fidesz le future alleanze in vista del voto del 26 maggio.

Ieri, nel corso di un comizio elettorale a Tivoli, Salvini ha spiegato che la visita da Orban servirà “a costruire un’Europa diversa che protegga i confini e la nostra cultura”. “Dipende dagli elettori, dipende da come voteranno i cittadini italiani – ha continuato il vice premier – se scelgono la Lega, quello che stiamo facendo in Italia lo faremo in Europa ovviamente alleandoci con tutti tranne che con la sinistra”. L’ultimo incontro ufficiale tra i con il premier ungherese risale allo scorso agosto, a Milano, nella sede della prefettura. “Salvini ha un ruolo politico importante, noi abbiamo interesse a consolidare con lui un buon rapporto – ha spiegato ieri Orban in una intervista alla Stampa – la gente qui lo vede come un compagno della stessa sorte, subiamo entrambi attacchi, ma lui è l’eroe che ha fermato per primo le migrazioni dal mare, noi sulla terra”.
Con Salvini Orban non ha parlato “solo di temi bilaterali”, ma “anche di affari di partito”. E per questo lo ha portato a Roeszke, al confine con la Serbia, dove gli ha fatto vedere come gli ungheresi difendono la frontiera. E anche su queste tematiche (il controllo dell’immigrazione di massa e la difesa dei confini) che dovrebbe stringersi la nuova alleanza tra Lega e Fidesz, portando così il primo partito di Budapest fuori dall’alveo del Partito popolare europeo. “Il Ppe – ha accusato Orban – si sta preparando a compiere un suicidio, vuole legarsi alla sinistra e così andare insieme a fondo. La verità è che non abbiamo successo, abbiamo sempre meno primi ministri del Ppe e avremo anche meno seggi”.
fonte – http://m.ilgiornale.it/news/2019/05/02/orban-porta-salvini-al-confine-ungherese-cosi-ci-difendiamo-dai-migran/1687579/

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Quell'assist di Orban a Salvini: "Un patto per cambiare l'Ue"

“Matteo Salvini è l’eroe che ha fermato le migrazioni dal mare. Con lui voglio fare un patto per una nuova Europa”. L’endorsement e l’assist, l’ennesimo, è di Viktor Orban.
Matteo Salvini è l’eroe che ha fermato le migrazioni dal mare. Con lui voglio fare un patto per una nuova Europa.
L’endorsement e l’assist, l’ennesimo, è di Viktor Orban.
Il primo ministro dell’Ungheria ha rilasciato un’intervista a La Stampa: nel corso della chiacchierata con il quotidiano ha parlato di Europa, di quella attuale – che non gli piace e che vede divisa in tre – e della sua visione di Europa. Secondo il premier ungherese, per esempio, “tutti i Paesi dovrebbero stare nell’unione economica, in futuro anche Regno Unito e Turchia”. Poi, sostiene: “Il Partito Popolare Europeo capisca che deve collaborare con le destre”.

Dunque, ecco le parole al miele all’indirizzo del leader della Lega: “Salvini ha un ruolo politico importante, noi abbiamo interesse a consolidare con lui un buon rapporto. La gente qui lo vede come un compagno della stessa sorte, subiamo entrambi attacchi, ma lui è l’eroe che ha fermato per primo le migrazioni dal mare, noi sulla terra”.
E a seguire parla anche del loro imminente incontro: “Lo riceverò come ministro del governo italiano e vicepremier, ma non parleremo solo di temi bilaterali, bensì anche di affari di partito. E poi andremo a Roeszke, confine con la Serbia, per fargli vedere come difendiamo noi la frontiera”.

E Salvini risponde a Orban

Il ministro dell’Interno, durante un comizio elettorale a Tivoli (in provincia Roma), ha raccolto subito l’assist lanciatogli dall’alleato in Ue, dichiarando dal palco: “Domani sarà a Budapest in Ungheria per incontrare il premier ungherese Viktor Orban e per vedere con lui come costruire un’Europa diversa”. E sull’idea del premier ungherese di spostare il Ppe più verso destra, il vicepremier si esprime così: “Dipende dagli elettori, dipende da come voteranno i cittadini italiani: se scelgono la Lega, quello che stiamo facendo in Italia lo faremo in Europa ovviamente alleandoci con tutti tranne che con la sinistra”.
fonte – http://m.ilgiornale.it/news/2019/05/01/quellassist-di-orban-a-salvini-un-patto-per-cambiare-lue/1687243/

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Linea dura di Salvini sull'islam: controlli a tappeto nelle moschee

La miniaccia islamista preoccupa il Viminale. Salvini avverte i prefetti: “Monitorare tutti i luoghi di incontro per musulmani”
Adesso l’allerta è massima. E la stretta non può che essere commisurata al livello di pericolo che il Paese sta correndo. E così, per prevenire qualsiasi attacco di matrice jihadista, Matteo Salvini ha firmato una circolare che impone ai prefetti di aumentare i controlli e il livello di attenzione su tutti i luoghi di aggregazione di cittadini musulmani.

La stretta riguarderà, dunque, sia i centri islamici sia le moschee. Ma non solo. Il vice premier leghista ha, infatti, raccomandato di “riservare una cura particolare alle dimensioni di elezione del proselitismo, anche ovviamente il web.
Non che prima fossero mancati i campanelli d’allarme. Ma negli ultimi mesi si sono fatti più pressanti. Tanto da alzare il livello d’attenzione. Tanto per citarne alcuni: i due lupi solitari che stavano progettando “un’azione aclatante a bordo di un camion”, il senegalese che urlando “Allah Akbar” aveva pestato due poliziotti con una sbarra di ferro; il marocchino che aveva tentato di sgozzare un passante “perché portava un crocifisso al collo”. E poi l’instabilità della Libia e la preoccupazione che sui barconi possano imbarcarsi quei foreign fighter che, persa la guerra in Libia, vogliono tornare a combattere il jihad in Europa. Non da ultimo il terribile attacco ai cristiani in Sri Lanka e il ritorno in video del califfo Abu Bakr al Baghdadi. È la minaccia di un incubo che torna in continuazione. Una minaccia che non è possibile mai sconfiggere del tutto, ma che si può tentare di prevnire con misure più stringenti come quelle che Salvini sta cercando di applicare in Italia. Oggi il numero uno del Viminale ha, infatti, pubblicato la direttiva che aveva già annunciato nei giorni scorsi. “In considerazione del profilo della minaccia (del terrorismo internazionale, ndr), incarnata anche da singoli radicalizzati istigati dal messaggio propagandistico – si legge nella circolare – occorre riservare una cura particolare alle dimensioni di elezione del proselitismo”.

Gli occhi non dovranno essere unicamente puntati sulle moschee. Nei luoghi che Salvini ha chiesto ai prefetti di tenere sotto controllo rientra anche tutta quella “variegata realtà dei centri di aggregazione e delle associazioni culturali asseritamente ispirate alla fede musulmana”. Strutture distribuite su tutto il territorio nazionale ma che si concentrano, in modo particolare, in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Sicilia e Toscana. Una presenza che, secondo i dati del Viminale, è “in aumento” ed è contraddistinta “da differenti ideologie” che, in certi casi, sono orientate a “una strumentale interpretazione radicale e intransigente dell’islam. I numeri sono impressionanti. Le associazioni culturali islamiche censite dal ministero dell’Interno nel nostro Paese sono 1.382. La stragrande maggiorza di queste (ben 1.068) vengono usate dai musulmani anche come luoghi di preghiera. Ed è qui che dilaga il radicalismo islamico.
A ingrossare le fila degli estremisti è ancora una volta l’immigrazione di massa che ha assunto “dimensioni significative”. Come si legge nella circolare, “trafficanti senza scrupoli, organizzazioni e reti criminali” alimentano i canali alle infiltrazioni terroristiche. Proprio per questo l’allerta non può più essere circoscritta ai centri islamici. A preoccupare sono anche i “circuiti parentali e relazionali” che, però, “risultano di difficile penetrazione”. Tanto che, a fronte del dilagare del proselitismo, divente sempre più importante “riuscire a intercettare il bacino potenzialmente esteso ed insidioso dei radicalizzati in casa” per anticipare “possibili progettualità ostili”.
fonte – http://www.ilgiornale.it/news/linea-dura-salvini-sullislam-controlli-tappeto-nelle-moschee-1686691.html?mobile_detect=false

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Saviano si fionda sul business migranti

L’ultima sua “fatica” letteraria è un libro di foto. Che non ha scattato lui
Ah, il business dei migranti! In Italia non si parla d’altro, come fossero la soluzione di ogni problema mentre l’Italia affonda economicamente: un tweet su due di Matteo Salvini è sui migranti bloccati grazie a lui, ma ormai anche un libro su due è sui migranti, di chi pensa che non vadano mai bloccati.
Sono due retoriche che da una parte portano voti, e dall’altra guadagno. Con il migrantismo e l’antimigrantismo non ci perde mai nessuno, una figata.
Essere pro o contro i migranti da noi è la topica più mainstream ci sia. E dove c’è mainstream non poteva mancare Roberto Saviano, che dopo aver fatto diventare la lotta alla mafia un best seller e una serie Netflix, ora trasforma il problema dei migranti in un libro fotografico, titolo In mare non esistono taxi, editore Contrasto, le foto non sono le sue ma «l’autore dialoga con la fotografia come testimonianza della realtà». Una meraviglia, questo dialogo, sicuramente commovente, strappalacrime, praticamente un Harmony illustrato in mare aperto. Perché «in mare aperto basta lo schiaffo di un’onda per ribaltare un’imbarcazione, in mare aperto non c’è nessuno e non c’è nessun taxi da chiamare».

Che verità profondissime, io non ci avevo mai pensato che in mare aperto non ci fossero i taxi, magari è possibile anche che ci spieghi che in centro a Milano o a Roma non ci sono squali. Come quando dice che «raccontare tutto questo è difficile, smontare le menzogne è difficile, ma contro la bugia non c’è altra pratica che la testimonianza». E quando la testimonianza non basta c’è lui, Saviano, che te la commenta. Perché lui vede quello che altri non vedono e anche se uno te lo mostra con una foto lui te la fa vedere meglio.

Non state lì a chiedervi quali soluzioni serie vengano proposte per i flussi migratori, di certo non sono quelle di Salvini, ma neppure quelle di chi sarebbe pronto a far sbarcare tutta l’Africa in Italia, oltre un miliardo di persone. Non state a chiedervelo perché le soluzioni sono complesse, ma il business è semplice, più semplice è e meglio è, e Saviano ha sempre saputo quello che fa, non per altro io come scrittore sono potuto entrare in Mondadori solo quando se ne andò Saviano (quando Saviano si accorse che la Mondadori era di Berlusconi), a causa delle mie critiche ai romanzi di Saviano (quando nessuno osava toccarlo). Al mio amico Antonio Franchini chiesi: «Ma cos’è, una mafia?», mi rispose «no, purtroppo è il mercato».
Il mainstream è un potere, è farsi il giro di tutte le trasmissioni importanti con il proprio prodotto confezionato, è andare da Fabio Fazio e essere trattato come se tu fossi Jean Paul Sartre, è questo struggente libro dove si dialoga con delle foto, senza neppure essere andato lì a scattarle tu, perché mica è un fotografo, Saviano, lui dialoga, ci apre gli occhi e ce li inumidisce, ci fa battere il cuore come neppure Liala. Dal 9 maggio in libreria, dall’11 maggio a Torino, preparate i soldi. Io a questo punto ci vedrei bene una nuova serie Netflix. Così, tanto per arrotondare le entrate. Non dei migranti, ma del proprio conto in banca.
fonte – http://m.ilgiornale.it/news/2019/04/30/saviano-si-fionda-sul-business-migranti/1686513/

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Torino, gay in ritiro in convento per un corso sulla fedeltà

L’iniziativa, partita un anno fa da don Gianluca Carrega, delegato ufficiale dell’arcivescovo Cesare Nosiglia per la “pastorale degli omosessuali” subì uno stop dopo le accuse di eresia arrivate dagli ecclesiastici conservatori.
Anche se con un anno di ritardo, alla fine,nella diocesi di Torino si è tenuto il tanto contestato ritiro spirituale per gay.
L’iniziativa, partita da don Gianluca Carrega, delegato ufficiale dell’arcivescovo Cesare Nosiglia per la “pastorale degli omosessuali” subì uno stop dopo le accuse di eresia arrivate dagli ecclesiastici conservatori.
Quest’anno il ritiro sulla “fedeltà di Dio come fondamento della fedeltà nei rapporti umani”, aperto a una quarantina di single, gay e lesbiche, è stato organizzato in “segreto” ma seguendo lo stesso programma stabilito un anno fa.“Un ritiro quaresimale sull’amore, per convertirci all’amore, oggi quantomai necessario non solo per le persone omosessuali, ma anche per gli etero“, spiegava su Avvenire il gesuita Pino Piva che vi ha partecipato. Al ritiro era presente anche l’attivista gay Massimo Battaglia che al quotidiano La Stampa ha detto: “Nella Bibbia si racconta dell’amore omosessuale tra Davide e Gionata, siamo partiti anche da lì nelle nostre riflessioni” e ha aggiunto:“È stata una bella sorpresa: oltre ad ospitarci, le suore hanno partecipato agli incontri con noi”. Il ritiro non aveva intenti moralistici ma intendeva spiegare che“Dio è fedele, continua a fidarsi dell’uomo, dunque anche i rapporti umani, dall’amicizia all’amore, meritano fedeltà e rispetto”. “In tanti nella Chiesa sentono l’esigenza di aggiornare la dottrina, ma è un ambiente più aperto di altri”, ha sottolineato Battaglio che chiede “non solo apertura ma anche rispetto”. “Quando ci troviamo tra gay credenti diamo per scontato che l’amore gay è amore. E l’amore, nel cristianesimo, è l’essenza”, conclude l’attivista.
fonte – http://www.ilgiornale.it/news/cronache/torino-gay-ritiro-convento-corso-sulla-fedelt-1686139.html?mobile_detect=false

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Immigrati, ecco le carte: una toga allertava Lucano

L’idolo dei buonisti e dei cattocomunisti
Scandalo accoglienza, un giudice dava suggerimenti all’ex sindaco di Riace eroe della sinistra: “Non parlare al telefono”

M immo Lucano ha avuto molti amici al suo fianco, da quando è stato investito dall’indagine che l’ha portato prima agli arresti domiciliari e poi al divieto di risedere a Riace, nel Comune che ha trasformato in un simbolo planetario dell’accoglienza.

Ma uno di questi amici è stato più amico di altri, fornendogli sottobanco preziosi consigli su come togliersi dai guai. Erano consigli assai autorevoli, perché questo amico è un magistrato in servizio alla Corte d’appello di Catanzaro, ripetutamente intercettato dalla Guardia di finanza mentre parla con l’ex sindaco o gli manda messaggi e mail. Il tema è sempre quello: l’indagine in corso da parte della Procura di Locri, quella terminata l’11 aprile scorso con il rinvio a giudizio di Lucano e di altre ventisei persone per associazione a delinquere, truffa, corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il giudice dà i suoi consigli, insulta gli avversari di Lucano, e soprattutto dà all’amico un avvertimento prezioso: «Non parlare al telefono». In pratica, lo avvisa che può essere intercettato.
Il giudice si chiama Emilio Sirianni, e ha rischiato di pagare caro l’aiuto a Lucano. La Procura di Locri, dopo essersi imbattuta nelle sue intercettazioni, ha deciso di aprire un’inchiesta. Prima un fascicolo esplorativo, poi, di fronte alla mole di elementi che emergevano, iscrivendo Sirianni nel registro degli indagati per favoreggiamento. Al termine delle indagini preliminari, la Procura ha chiesto di archiviare l’indagine. Ma nel medesimo provvedimento gli inquirenti hanno parole pesanti per il collega: «Il contegno mantenuto – scrivono – è stato poco consono a una persona appartenente all’ordinamento giudiziario, la quale peraltro era consapevole di parlare con persona indagata»; e ricordano che «in svariate occasioni il dottor Sirianni ha allertato il Lucano a parlare di persona con lui evitando comunicazioni telefoniche».

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Nordio: "Un nuovo fascismo alle porte? È una colossale sciocchezza"

L’ex magistrato Carlo Nordio fa a pezzi gli allarmi della sinistra: “Gli argomenti della critica politica sono così deboli e incerti”
“È una colossale sciocchezza. Il fascismo è morto è sepolto”. Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, non tentenna mai.

E anche oggi, in una lunga intervista a ItaliaOggi, affronta gli allarmi della sinistra facendoli a pezzi dimostrando come “gli argomenti della critica politica” siano diventati tanto “deboli e incerti” da affidarsi “alle polemiche fondate su una foto”. Il riferimento è alla bagarre mediatica esplosa a Pasqua per lo scatto postato da Luca Morisi in cui si vede Matteo Salvini imbracciare un mitra. “È più che legittimo, e per certi aspetti doveroso, criticare il ministro – spiega – ma farlo in questo modo così puerile e banale è il modo migliore per portargli altri voti”.
Negli anni Ottanta Nordio ha a lungo indagato sulle Brigate Rosse venete, negli anni Novanta invece si è concentrato sullo scandalo di Tangentopoli. Oggi ha pubblicato il libro La stagione dell’ indulgenza e i suoi frutti avvelenati. Il cittadino tra sfiducia e paura. Nel suo ultimo lavoro, pubblicato da Guerini e associati, prende in analisi gli errori commessi sul fronte della sicurezza e della giustizia, del fisco e dei diritti del cittadino e non fa sconti a nessuno. A partire dalla sinistra secondo la quale l’emergenza di oggi è “il nuovo fascismo alle porte”. Per l’ex magistrato “è una colossale sciocchezza”. “Il fascismo è morto è sepolto – argomenta – ma ci sono altri rischi, a cominciare dall’ emotività incontrollata nel legiferare, che porta all’incertezza del diritto, madre di disordini”. In Italia è, infatti, diffuso un generalizzato senso di insicurezza. Questo perché la certezza della pena non esiste. “Se fosse veramente tale, basterebbe di per sé”, spiega. “Nel nostro sistema le sanzioni sono addirittura esagerate, ma quasi mai eseguite – continua nell’intervista a ItaliaOggi – chi ruba in una notte in tre case diverse rischia trent’ anni, come se avesse stuprato e ammazzato un bambino, visto che l’ergastolo è di fatto abolito: poi il giudice gliene dà uno e mezzo con la condizionale e il ladro alla fine non sconta nulla”. È “demenziale”, appunto.

In questo quadro ci inserisce perfettamente la battiaglia di Salvini contro l’immigrazione indiscriminata e la cecità della sinistra. Per il leader leghista, a detta di Nordio, è stata “una straordinaria opportunità” per “aumentare i consensi”. “Il problema era ed è reale – spiega – e incide su interessi primari dei cittadini, soprattutto di quelli più deboli. Questo problema – continua – è ancora attuale, e speriamo non venga esasperato dalle vicende libiche”. Ora, però, non potrà portare altri “vantaggi elettorali” dal momento che, in questo momento, “le preoccupazioni maggiori riguardano l’economia. “Lo scontento crescente, soprattutto qui nel Nord Est- argomenta – minaccia di erodere il consenso ottenuto da Salvini con la politica migratoria e la legge sulla legittima difesa”.
Se Salvini deve stare attento a quanto sta facendo in ambito economico, la sinistra dovrebbe fare più di un mea culpa per l’infinità di errori commessi negli ultimi anni. “La legge Turco/Napolitano era un suo prodotto – continua Nordio- e in realtà seguiva gli stessi criteri oggi predicati da Salvini: in Italia si entra regolarmente, o si vien buttati fuori. Solo che nessuno, né la sinistra né la destra, ha mai avuto il coraggio di applicarla concretamente, e le espulsioni erano provvedimenti cartacei mai eseguiti con l’effettivo rimpatrio. Il fatto è che, come fa notare l’ex magistrato, riportate a casa un clandestino è “impresa difficile e costosa”. “L’unico rimedio – conclude – è controllare gli approdi e contrastare il commercio dei trafficanti criminali”.
Fonte – http://m.ilgiornale.it/news/2019/04/25/nordio-un-nuovo-fascismo-alle-porte-e-una-colossale-sciocchezza/1684536/

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Gesù ora diventa "partigiano". E per il "prete" canta "Bella Ciao"

Quando era “parroco” a Bussolengo (VR) lo contestammo con forza per le vignette blasfeme, sia di persona che sulla stampa, oltre che sul sagrato, con un volantinaggio che fece scalpore. Anche Zenti, su nostra sollecitazione, intervenne a censurare alcune sue uscite più che mai discutibili. Ora, finalmente, il colpo finale?

Una vignetta fa discutere i fedeli sul web. Gesù risorge e intona il canto “partigiano” di “Bella Ciao”. polemiche in rete.
Adesso sul 25 aprile arriva anche un vento di blasfemia. Don Giovanni Berti, sacerdote, ha deciso di disegnare Gesù come un partigiano che canta Bella Ciao in una delle sue vignette.

Il prete ha postato il suo disegno sui social accompagnandolo con una didascalia: “Quando il 25 aprile è nella Settimana di Pasqua…”. Di fatto nel disegno di don Giovanni Berti Gesù appare a Maria Maddalena e canta: “…questa mattina mi son svegliato, oh bella ciao, ciao, ciao…”.
Il sacerdote sul Gazzettino ha commentato così il suo disegno che ha fatto parecchio discutere soprattutto sui social: “Pasqua di resurrezione e di liberazione – commenta il sacerdote – dalla morte e da tutte le sue manifestazioni: guerra, odio, persecuzione, divisione, razzismo, distruzione…il 25 aprile celebra per la nostra nazione italiana la libertà ritrovata e l’inizio di un cammino mai terminato di liberazione… come mai concluso è il cammino di liberazione dell’umanità iniziato la mattina della resurrezione di Cristo…“.

E di fatto gli utenti della rete si dividono. Da un lato c’è chi approva questa scelta: “Grande Gioba – si legge in un commento che richiama il nome d’arte del sacerdote-disegnatore – di grande estro sempre“. E ancora: “Il cristianesimo che mi piace, grande!!“. Ma c’è anche chi punta il dito contro il sacerdote per aver accostato Gesù al 25 aprile: “Fare meno politica ironica ed essere più Cristiani sarebbe l’ideale. Il bella ciao lo dovresti cantare al demonio“. E Don Giovanni Berti dalle Sacre Scritture trova ispirazione per le sue “creazioni”: “Non per banalizzare il messaggio che contengono, ma al contrario per cogliere la potenza di gioia che è nascosta nella storia di Gesù“. Nonostante la sua spiegazione, i fedeli restano comunque divisi.

fonte – http://m.ilgiornale.it/news/2019/04/26/gesu-ora-diventa-partigiano-e-per-il-prete-canta-bella-ciao/1684900/

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Trieste, sfregio durante la messa: "Che parte di Cristo è?"



di Matteo Orlando
All’interno della chiesa dedicata a San Giovanni Decollato un uomo al momento della Comunione Eucaristica ha inscenato un surreale dialogo. A Trieste un’incredibile profanazione eucaristica è stata immortalata da un video e, adesso, è scattata la denuncia ai Carabinieri a carico dell’autore.
L’episodio è accaduto nel giorno di Pasqua ma ne è stata data notizia solo oggi sul quotidiano locale triestino Il Piccolo. All’interno della chiesa dedicata a San Giovanni Decollato di Trieste, sita in piazzale Gioberti, 5, che si trova nella zona suburbana di Guardiella, una chiesa che era stata consacrata, nel lontano 27 giugno 1858, dall’allora vescovo Bartolomeo Legat, durante la Santa Messa Pasquale delle ore 11 si è messo in fila un uomo che, arrivato davanti al sacerdote, ha inscenato un surreale dialogo. Come si sente dal video nei 35 secondi pubblicati, al sacerdote che ripete la tradizionale formula “Il corpo di Cristo” prima di distribuire sulla mano il Santissimo Corpo del Signore, l’uomo ha risposto: “Grazie a te“, aggiungendo provocatoriamente: “E che parte è questa del corpo?“. Alla risposta seccata e in dialetto del sacerdote: “Magna“, l’uomo ha replicato in dialetto: “Magno quando che voglio mi. Magno, magno, sta bono“. Poi l’uomo si è allontanato dal sacerdote e, invece di consumare le sacre specie immediatamente, come è previsto dalle norme della Chiesa, si è incamminato lungo la Chiesa tenendo in mano la particola consacrata e ripetendo due volte, inquadrando probabilmente con uno smartphone l’Ostia Consacrata, “questo è il corpo di Cristo?” e aggiungendo irrispettosamente “ma dai dai questo qua è […omissis] mamma mia, bon bon“. Quindi l’affermazione blasfema: “Ma come puoi fare di una patatina il Corpo di Cristo?. Ma andemo avanti…“. Poi nel video scatta il bip della censura. A quanto pare, il clero parrocchiale (formato dal Parroco, il canonico Fabio Ritossa, dai vicari parrocchiali, i sacerdoti Milan Nemac, Devid Giovannini, Tomaž Kunaver, e dal diacono permanente Paolo Longo), ha deciso di denunciare l’uomo ai Carabinieri di Trieste. Il quotidiano Il Piccolo non riferisce il nome dell’uomo che ha preso in mano l’ostia consacrata ed ha imprecato contro la stessa e la religione cattolica, sotto gli sguardi allibiti di decine di fedeli che hanno assistito alla scena. È stato evidenziato, invece, che l’uomo “è stato bloccato da un parrocchiano che gli ha intimato di consumare la particola prima di uscire dalla chiesa“. Incredibilmente sulla pagina Facebook del quotidiano triestino diversi commentatori hanno apprezzato il gesto blasfemo. Sono stati numerosi, invece, coloro (anche non cattolici) che hanno espresso disgusto per l’azione compiuta. Sentita da Il Giornale, la consacrata Agnieszka Rzemieniec, del Comitato internazionale “Uniti con Gesù Eucaristia per le mani Santissime di Maria“, ha commentato l’episodio spiegando che “la pratica della Comunione distribuita sulla mano favorisce questo tipo di abusi e di profanazioni“. Per tale motivo il comitato, anche attraverso una petizione on line, “ha chiesto e continuerà a chiedere a chi ne ha l’autorità, il Pontefice, di permettere la ricezione della Santa Comunione Eucaristica sulla lingua ed in ginocchio“, su degli appositi inginocchiatoi da installare nelle varie chiese. “Il popolo cattolico dovrebbe ricevere la Santissima Eucaristia in questo modo perché è il più consono ad esprimere la massima devozione nel ricevere il Corpo di Cristo. Il Cardinal Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha già espresso il suo favore ad acconsentire a questa richiesta. Manca solo il via libera di Papa Francesco“, ha spiegato la donna a Il Giornale. La Rzemieniec ha ricordato che, “come insegnava san Tommaso d’Aquino, Gesù è realmente presente tanto nell’intero quanto nel minimo frammento del pane consacrato. Un esperimento condotto negli Stati Uniti, ha dimostrato che, ponendo la comunione in mano, diversi frammenti, difficilmente scorgibili ad occhio nudo, rimangono prima impressi nella palma della mano, quindi cascano a terra. Inoltre, accanto al rischio di profanazione continua, si presenta anche il problema delle messe nere e dei circoli satanisti che, quasi meravigliati di questa consuetudine, possono più facilmente prelevare l’ostia e condurla via“.
 
FONTE: http://m.ilgiornale.it/news/2019/04/24/trieste-sfregio-durante-la-messa-che-parte-di-cristo-e/1684344/

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Prigionieri della Liberazione

di Alessandro Sallusti

La chiamano “liberazione” ma in realtà è una prigionia. Ogni anno il 25 aprile fa prigionieri gli italiani e li costringe ad assistere alla contrapposizione tra presunti partigiani e fantomatici fascisti
La chiamano «liberazione» ma in realtà è una prigionia. Ogni anno, dal 1946, il 25 aprile fa prigionieri gli italiani e li costringe ad assistere a tre giorni di contrapposizione tra presunti partigiani e fantomatici fascisti.
Cambiano i nomi dei partiti e pure il quadro politico ma il 25 aprile no, si ripete con identica liturgia e con uguali parole d’ordine a prescindere dalla realtà, con un’enfasi e una retorica quasi che il nemico fosse ancora alle porte e i resistenti su in montagna a combattere.
Visto che per non offendere i «nuovi» italiani c’è chi è arrivato a negare la celebrazione del Natale, sarebbe bello che per non offendere l’intelligenza di tutti gli italiani la piantassero con la riedizione verbale di una guerra civile che – quella sì – fu cosa seria e produsse inutili morti da ambo le parti. Il 25 aprile è una festa partigiana nel senso di parte. Si ricorda non la benefica fine di una dittatura cosa più che legittima – ma una storia riscritta a uso e consumo dei vincitori. I quali, fino al 24 aprile 1945, certamente non erano in numero apprezzabile nelle piazze armati ma richiusi in casa ad aspettare i liberatori degli eserciti angloamericani per poi sfogare nei giorni seguenti la loro vendetta con altrettanta ferocia dei predecessori.
La storia ognuno la legge come vuole, ma è la cronaca a essere oggettivamente stucchevole. Neppure il giovane Di Maio (si parla di fatti che riguardano suo nonno) è riuscito a sottrarsi al pagamento della tassa e domani sfilerà, non si capisce a che titolo, alla testa di uno dei tanti cortei puntando il dito contro il «fascista» Salvini, che va bene per andare al governo ma che diventa un pericolo pubblico sotto elezioni.
Già, perché il problema è proprio e solo questo: fuori dall’ipocrisia, non c’entra la memoria e neppure la storia, ma solo i voti. Essendo infatti le elezioni quasi sempre attorno a maggio, il 25 aprile il più delle volte cade in piena campagna elettorale. Quale occasione migliore quindi per andare in piazza a difendere, da chi non si capisce, la «Repubblica nata dall’antifascismo» (più veritiero sarebbe dire: nata grazie agli americani e a Churchill).
Che poi per il resto dell’anno questa Repubblica venga dagli stessi patrioti costantemente bistrattata e mortificata da politiche inadeguate è ritenuta cosa secondaria. In fondo basta aspettare solo altri 12 mesi che arriva il 25 aprile successivo, e per l’ennesima volta anche i mediocri e i codardi potranno tornare a dirsi per un giorno statisti e leoni.
FONTE – http://m.ilgiornale.it/news/2019/04/24/prigionieri-della-liberazione/1683753/
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