Razzismo: insisteranno. Per criminalizzare gli italiani. E sarà durissima

Razzismo: insisteranno. Per criminalizzare gli italiani. E sarà durissima

Lo hanno fatto con le ridicole statistiche sull’ “emergenza razzismo” in Italia, basate su episodi che spesso non hanno neanche nulla a che fare con lo scontro etnico e la cui stessa quantità rimane incerta da fonti diverse. Lo hanno fatto con gli altrettanto ridicoli episodi deliberatamente inventati, come quello di Daisy Osakue, il cui uovo ricevuto sull’occhio non aveva nulla a che fare con la sua origine.
Adesso i media di massa si concentrano ancora di più, cercando il pelo nell’uovo, atti che possono essere divisi tra naturali esasperazioni contro gli effetti patologici dell’immigrazione clandestina e spesso criminale, altre azioni che col razzimo continuano a non avere nulla a che fare e, ovviamente, e certamente anche atti di odio razziale che sono imprescindibili in qualsiasi società al mondo (e non sono certamente monopolio dei bianchi autoctoni, come il caso di Ousseynou Sy dimostra pienamente), specialmente se multietnica.
Per farla molto breve e semplice: se un sistema d’informazione si mette in testa di dimostrare il razzismo degli italiani, non c’è niente che possa fermarlo. Nemmeno la palese inconsistenza delle accuse, perché è sufficiente concentrarsi sugli episodi che si verificano, farne una regola generale diffondendo la singola notizia ovunque. Con lo stesso metodo si potrebbe “dimostrare” agilmente anche che una Nazione sia votata genericamente al furto o all’omicidio. Qualsiasi Nazione, pure quella dove le “statistiche” dicono il contrario. Continua a leggere
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"Lori Lightfoot sindaca Chicago, storico!". Ma non è vero

“Per la prima volta una donna, per la prima volta una nera, per la prima volta una lesbica eletta sindaco di Chicago. Un voto che passa agli annali”, dice Enrico Mentana. “Chicago fa la storia” dice Repubblica. Si parla di Lori Lightfoot, neosindaco della città americana.

Ora, chiunque segua un minimo approfonditamente la politica sa bene che una delle strategie cardine dei partiti per far eleggere candidati “sicuri” sia quella di presentarli nelle circoscrizioni tradizionalmente vicine al proprio simbolo. In Italia ad esempio, sappiamo bene che per le cosiddette regioni “rosse” una candidatura nelle file del PCI prima e dei PDS, DS e PD poi significava avere possibilità pressoché certe di vittoria.
Non dovrebbe essere necessiaro nemmeno farlo presente, ma evidentemente in certi casi diviene impossibile passare oltre.
Chicago, guarda un po’, è un feudo del Partito Democratico dal 1931. L’ultimo repubblicano eletto è infatti William Hale Thompson, il cui mandato è iniziato il 3 novembre 1927 e terminato lo stesso giorno del 1931. Da Anton Cermak in poi, entrato in carica come rappresentante dei “blu” il 7 marzo 1931, la città del vento ha avuto come primi cittadini solo democratici.
Mentre Open, Repubblica e Huffington Post celebrano la vittoria della “prima sindaca nera e lesbica” (il che ci può anche stare dal loro punto di vista, sia chiaro), si fermino a riflettere sul fatto che la sua elezione è stata decisa anzitutto dal partito, che ha candidato la donna in un municipio praticamente già assegnato, prima di stappare lo champagne e di trasformare in rivoluzione ogni rutto. Grazie.
(di Stelio Fergola)

fonte – https://oltrelalinea.news/2019/04/03/lori-lightfoot-sindaca-chicago-storico-ma-non-e-vero/

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La "fine" dell'Unione Europea?

Leviamo subito ogni dubbio, l’Unione Europea non è finita ed è comunque in forte dubbio che lo sarà nei prossimi anni. Le contingenze spingono però a pensare che – comunque vadano le prossime elezioni – l’UE così come la conosciamo sia prossima alla sua fine.
In questo momento storico possiamo infatti immaginare le istituzioni europee come un farraginoso bastione che divide due forze in controtendenza ed all’apparenza belligeranti, ma che crollato il divisorio potrebbero facilmente trovare dei punti in comune. Queste due entità sono i populisti-sovranisti da un lato e l’asse franco-tedesco dall’altra, ma per quale motivo due visioni così diverse potrebbero trovare un punto di contatto a scapito dell’attuale élite europeista?
La questione parte da lontano, più precisamente dalla caduta del muro di Berlino in poi. Collassato il blocco sovietico le vecchie élite europee -per portare gli ex stati dell’Est Europa in orbita occidentale- assimilarono velocemente i paesi neo indipendenti all’interno delle istituzioni continentali, senza avere però la forza di riformare l’architettura europea in maniera federale. La crescita economica degli anni novanta e dei primi anni duemila fecero però dimenticare tutte le criticità formatesi per vent’anni, fino a quando la crisi economica del 2007 ha riportato contemporaneamente tutti i nodi al pettine. Continua a leggere
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Cari politicamente corretti, lasciate stare il Medioevo

Scusate, contestatori legittimi del legittimo Congresso delle Famiglie a Verona, ma il Medioevo che v’ha fatto di preciso? Troppo cristiano, con quella Chiesa in lotta con l’Impero per l’egemonia ma piena di pontefici e preti così splendidamente peccatori e simoniaci? Ma era il sacro dell’epoca, come oggi sacra è la libertà di non rispettare nulla tranne le proprie scelte individuali, ristrette alla rosa di possibilità concessa dal capitalismo ultima maniera (“produci, consuma, crepa”).

Furono “secoli bui”, oscurantisti, cupi, senza gioie e divertimenti? Dipende dai punti di vista: l’Alto Medioevo, che va dalla caduta di Roma all’Anno Mille, vide rinchiudersi le genti attorno ai centri curtensi (che sovente erano monasteri), il che implicava un’economia e dunque una vita quotidiana legate all’orizzonte del villaggio. Ma anche successivamente, mentre in alcune regioni europee (Italia centro-settentrionale, Olanda, Germania) fiorivano i Comuni urbani e il commercio continentale prendeva vigore, la popolazione rurale, cioè quasi tutta la popolazione, viveva in santissima pace, praticamente autogovernandosi secondo forme di democrazia diretta locale dal momento che non esistevano ancora gli Stati nazionali (ad eccezione della Francia e dell’Inghilterra dal Duecento in poi, e non senza enormi resistenze). Continua a leggere
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Lerner è inesauribile: “Non va tolta la cittadinanza all’autista dello scuolabus”

Dopo la psicosi di qualche giorno fa, la collezione di deliri di Gad Lerner non si ferma. La cittadinanza non è un regalo, è un diritto. E l’autista che voleva bruciare 51 bambini va punito ma non due volte, questa la sintesi del suo pensiero recente, la cui seguente dichiarazione è stata pubblicata da Il Giornale:
“Salvini ha un atteggiamento che oscilla fra il bullo e il paternalismo. Ma la cittadinanza non è un regalo, è un diritto. Allo stesso modo, anche se è un ragionamento più impopolare, dico che è pericoloso parlare di revoca della cittadinanza per l’autista. Verrà punito, quasi certamente, per le sua condotta criminale. Che senso ha invocare un’ulteriore punizione che consiste nella revoca della cittadinanza? È un provvedimento che non era contenuto neppure nelle leggi razziali del 1938 e la nostra Costituzione lo vieta esplicitamente”
Leggi razziali, ovviamente fascismo, ovviamente più ius soli. Aggiunge il giornalista:
“Erano trascorsi 30 anni dal mio arrivo in Italia. Nel frattempo avevo fatto le scuole e lavoravo qui come giornalista. Ma era a discrezione dello Stato italiano quando riconoscermi la cittadinanza a cui avevo diritto. Era un’ingiustizia e lo è ancora oggi. Ed è questo che distingue l’Italia da altri Paesi, che hanno anche politiche meno permissive sulla cittadinanza ma rispettano le tempistiche previste dalla legge”.
Spiegare al signor Lerner la differenza tra lui e l’autista appare inutile. Immaginiamo e speriamo che il lettore ci arrivi da solo. In ogni caso, la collezione di deliri del giornalista italiano ormai è così densa da poterne scrivere un libro.
(di Stelio Fergola)

fonte – https://oltrelalinea.news/2019/03/28/lerner-e-inesauribile-non-va-tolta-la-cittadinanza-allautista-dello-scuolabus/

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Russia, da ex atea di Stato a paladina della cristianità

Tra le storie più bel­le narrate dalla cine­matografia italiana del dopoguerra c’è senza ombra di du­bbio quella che vede ­come protagonisti un ­pope russo e Don Cami­llo, nel film di Come­ncini “Il Compagno Do­n Camillo” tratto dai­ libri di Guareschi. ­

Nel film, il prete ro­magnolo convince infa­tti il timoroso pope ­a confessare la­ malata ed anziana ma­dre del sindaco comun­ista del paese soviet­ico, insegnandogli po­i a fare a pugni con lo stesso come­ nella tradizione di ­Brescello. A questa p­er certi versi comica­ parte di film, si de­ve pensare collegando­la alle famose parole­ dell’onorevole della­ DC La Pira, il quale,­ dopo un invito a par­lare di fronte al sov­iet supremo russo, eb­be l’occasione, cosa ­rara per l’epoca, di ­osservare la società ­russa.
Il suo portavo­ce, e giornalista, Vi­ttorio Citterich, fec­e notare come all’int­erno delle residue, e­ spesso clandestine, ­chiese russe, vi foss­ero solo vecchiette c­on la candela in mano­, e La Pira, rispose af­fermando “Se queste c­he ti sembrano solo v­ecchine con la candel­a in mano, in un cont­esto storico difficil­e e ostile come quest­o, non tenessero acce­sa la fiammella della­ fede in Cristo, dove­ credi che le future ­generazioni russe tro­verebbero il fuoco de­ll’incendio cristiano­ che inevitabilmente ­verrà?”. Continua a leggere
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Ufficiale: il Russiagate era una fake news

Ora è ufficiale: il procuratore speciale per il Russiagate, Robert Mueller, non ha rinvenuto nessuna collusione fra la campagna di Donald Trump e la Russia. Lo riportano l’Ansa, che cita i media americani.
“Il procuratore speciale non ha rinvenuto che la campagna di Trump, o qualcuno associato con questa, abbia cospirato o si sia coordinato con il governo russo nei suoi sforzi, nonostante le varie offerte giunte da individui affiliati con la Russia per assistere la campagna di Trump”, si legge nella lettera invitata dal ministro della Giustizia, William Barr. Continua a leggere

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Orange Vest, l'ultima pagliacciata degli immigrazionisti

“Il giubbotto arancione salva-gente da simbolo di salvataggio in mare a simbolo di umanitá e di lotta all’indifferenza” così Repubblica definisce la campagna Orange Vest, l’ultima pagliacciata degli immigrazionisti per difendere la Mare Jonio e la sua a dir poco discutibile avventura dei giorni scorsi.

Una bella orda di pensiero unico politicamente corretto dopo scioperi della fame di vario genere ha deciso di spingere sull’accelerazione, anche se il tempo delle feste in maschera è passato da un pezzo: Valeria Solarino, Corrado Fortuna, Lella Costa, Moni Ovadia, Caterina Guzzanti, qualche “Iena”, come Gaetano Pecoraro e Roberta Rei,  Leoluca Orlando, Cecilia Strada e – guarda un po’ – Vauro, Sandro Ruotolo, Lirio Abbate, Alessandro Gilioli. Continua a leggere
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Cent'anni di Fascismo

Cent’anni fa un’idea. Rivoluzionaria e reazionaria allo stesso tempo, nuova e dirompente come la guerra che l’aveva preceduta. Un’idea, né di destra né di sinistra, tanto nuova quanto legata alle radici della Tradizione stessa. Un’idea ardita, violenta ed esplosiva che rompeva letteralmente con il presente. I suoi alfieri erano quasi tutti ex combattenti, uomini tempratisi nelle trincee della grande guerra, nel bagno di sangue dell’Apocalisse della modernità. E proprio l’aver combattuto con anima e corpo, sacrificando sé stessi prima di tutto, rese i portatori di questa nuova idea così temerari e decisi. Le cose dovevano cambiare, e ci avrebbero pensato loro.
Come scriveva Mussolini dalle pagine del Popolo d’Italia “[…] Noi non abbiamo bisogno di attendere la rivoluzione, come fa il gregge tesserato: né la parola ci sgomenta, come succede al mediocre pauroso che è rimasto col cervello al 1914. Noi abbiamo già fatto la rivoluzione. Nel maggio del 1915. Quello fu il primo episodio della rivoluzione. Fu l’inizio. La rivoluzione è continuata sotto il nome di guerra per quaranta mesi. NON È FINITA[1]”.
Il 23 marzo 1919 nascevano, in piazza San Sepolcro a Milano, i “Fasci da combattimento”.
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Paul Kagame: "Crisi migratoria è una creazione dell'Europa"

L’immigrazione come fenomeno inarrestabile è uno dei mantra degli immigrazionisti. Andando a fondo, è interessante notare come personaggi dello stesso universo africano smentiscano questo dogma, un po’ meno ridondante del solito da quando gli sbarchi di clandestini sono crollati nel nostro Paese. È interessante in tal senso il pensiero espresso da Paul Kagame, presidente del Ruanda, nel corso di un’intervista rilasciata a The New Times e tradotta da Voci dall’Estero nel dicembre scorso, la cui sintesi era chiara: la crisi migratoria è una creazione dell’Europa.
La stessa Europa che prima ammonisce l’Italia sul rispetto degli accordi di Schengen, poi si augura che il governo gialloverde appena insediato “non cambi politica sull’immigrazione” e poi ancora si accoda alle accuse di governo italiano fascista e xenofobo, dopo le prime “chiusure” dei porti risalenti al giugno scorso”.
Con buona lucidità, colpisce in particolare questa dichiarazione al tempo espressa da Kagame:
“L’Europa ha un problema di migrazione perché non è riuscita ad affrontare il problema in anticipo. Invece di aiutare l’Africa, ha ulteriormente impoverito il continente. Non mi fraintenda: non sto dando all’Europa tutta la colpa del problema della migrazione. Continua a leggere

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