LO SCANDALO DELLE CASETTE AI TERREMOTATI – E LA "SPECIFICITA'" DEL PD

di Maurizio Blondet

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Via via che i tiggì serali  davano nuove notizie sullo scandalo delle casette ai terremotati, mi rassicuravo:  domani, vedrete, partono gli arresti a raffica.  E’ il secondo inverno che il …

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Non si può più nascondere l'impoverimento dei Paesi occidentali

Poveri
Il periodo d’oro sta lentamente svanendo, il divario tra poveri e ricchi aumenta, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si stanno trasformando dalle “vetrine dell’umanità” a focolai di povertà.
Il periodo d’oro sta lentamente svanendo, il divario tra poveri e ricchi aumenta, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si stanno trasformando dalle “vetrine dell’umanità” a focolai di povertà. Stiamo parlando delle conclusioni dell’ONU e dei principali economisti del mondo. Di recente è stato pubblicato il rapporto “On Inequality in the World” (“La disuguaglianza nel mondo”) su cui hanno lavorato oltre 100 economisti di diversi Paesi. Questa squadra era guidata dal francese Thomas Piketty, autore del libro best-seller “Il capitale nel XXI secolo”. Le statistiche raccolte da lui e dai suoi colleghi dimostrano in modo inequivocabile che il capitalismo per cui i cittadini dell’ex Unione Sovietica pregavano trent’anni fa non esiste più in natura.
Il capitalismo di oggi assomiglia molto più verosimilmente ai romanzi di Charles Dickens: i ricchi si arricchiscono, i poveri si impoveriscono. Entrambi vivono in ghetti: i ricchi in zone sorvegliate, gli altri in case popolari. Gli ascensori sociali, se funzionano, si muovono solo verso il basso.
Gli autori dello studio hanno analizzato il tasso di crescita dei redditi in diversi strati della popolazione negli ultimi 36 anni. E’ emerso che a partire dal 1980 l’1% dell’umanità è arrivato a possedere il 27% della ricchezza mondiale, mentre il 4% della ricchiezza è detenuto dallo 0,001% della popolazione mondiale, ovvero dalle 76mila persone più ricche del mondo.

Allo stesso tempo il tasso di crescita dei redditi della “classe media” è rallentato ed oggi si è quasi fermato. Se la tendenza attuale dell’impoverimento delle masse e dell’arricchimento dei super ricchi continuerà, nel 2050 lo 0,15% della popolazione mondiale possiederà la ricchezza dell’intera classe media mondiale. In sostanza, questo significa che entro il 2050 non esisterà nessuna classe media: verrà fagocitata dai poveri.

Il rapporto di Piketty evidenzia un’interessante regolarità. La disuguaglianza economica cresce più velocemente nelle principali economie mondiali. Il successo dei miliardari raggianti viene ripagato dalla popolazione spremuta e impoverita dei Paesi sviluppati.
Nel 1980 l’1% dei cittadini statunitensi possedeva il 22% della ricchezza nazionale. Oggi la stessa percentuale di ricchi possiede già il 39%. Il proprietario di Amazon Jeff Bezos ha aggiunto 33 miliardi di dollari al suo patrimonio l’anno scorso e lo scorso novembre è stato proclamato l’uomo più ricco del mondo con una fortuna complessiva stimata in 100,3 miliardi di dollari.

Più o meno lo stesso quadro sta prendendo forma in Gran Bretagna. Nel 1984 l’1% dei super ricchi deteneva il 15% della ricchezza nazionale, ora il 22%. Negli ultimi trent’anni, sostiene Piketty, i Paesi leader del mondo occidentale hanno raggiunto lo stesso livello di disuguaglianza economica dei Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, tradizionalmente svantaggiati in questo senso.
La crescita record dei patrimoni dell’1% della popolazione viene pagata dalla maggioranza della classe lavoratrice: nei Paesi stereotipo del benessere è scoppiata un’epidemia di povertà. La Joseph Rowntree Foundation, un ente di beneficenza in lotta contro la povertà nel Regno Unito da oltre cent’anni, se la vede con 14 milioni di cittadini britannici poveri. Questo numero rappresenta un quinto della popolazione totale del Paese. In “condizioni difficili”, secondo l’ente, vivono 4 milioni di bambini e quasi 2 milioni di anziani.

La situazione non riesce nemmeno ad essere capovolta dalla disoccupazione ai minimi storici per l’Inghilterra. Una quota sempre più grande dello stipendio se ne va tra bollette ed affitti sempre più cari, mentre tutti i risparmi vengono consumati dall’inflazione. Questa situazione non consente ai cittadini di accumulare una pensione decente. Acquistare la propria casa sta diventando sempre più proibitivo per i lavoratori: i prezzi degli immobili hanno reso la casa di proprietà un vero lusso.

L’ufficio del censimento degli Stati Uniti considera poveri 41 milioni di americani (12,7% della popolazione), tuttavia molti sociologi e le Ong ritengono questo dato sottostimato. Allo stesso tempo il 32,6% del numero totale di poveri sono bambini e tra i senzatetto la percentuale di bambini è del 21%.

L’impoverimento della popolazione in America è diventato così grave che a dicembre è iniziato il monitoraggio del relatore speciale delle Nazioni Unite sui problemi legati all’indigenza e ai diritti umani Philip Alston. Alston ha promesso di analizzare come la povertà colpisca i diritti degli americani “tenendo conto l’importanza che l’amministrazione americana attribuisce al tema dei diritti umani nella sua politica estera.” Il suo viaggio negli States ha incluso la California con i suoi senzatetto, la Virginia Occidentale con i minatori disoccupati, l’Alabama con la povertà di lungo corso della gente di colore e lo Stato di Washington, dove la classe operaia è improvvisamente diventata più povera.
Infine Alston ha pubblicato un rapporto, alcuni passaggi dei quali ricordano i tempi bui della “Grande Depressione” e del “capitalismo selvaggio”:

“Ho visto bagni a cielo aperto presso le porte delle case dove il governo non fornisce la rete fognaria… ho visto persone che avevano perso tutti i denti, dal momento che l’assicurazione medica per i più poveri non prevede le cure dal dentista… ho visto famiglie piangere per i loro cari che sono morti per un’overdose di oppioidi.”

Alston ha confrontato gli Stati Uniti con gli altri Paesi sviluppati. Si è scoperto che il divario tra i poveri e i ricchi in America è il più grande del mondo. Gli USA sono inoltre tra i leader nei termini di impoverimento dei giovani: il 25% dei giovani americani è considerato bisognoso a fronte del 13% dei coetanei di altri Paesi sviluppati. Peggio ancora, gli americani ora hanno una speranza di vita minore, si ammalano più spesso: questa tendenza non fa altro che peggiorare.

Allo stesso tempo sono stati sfatati molti miti e stereotipi. Per esempio quello secondo cui i poveri sarebbero esclusivamente persone di colore “svogliate” che vivono di sussidi sociali. In realtà i mendicanti bianchi sono 8 milioni in più di quelli afroamericani. La maggior parte di loro cerca lavoro da anni, ma la produzione automatizzata ha affossato le loro speranze. Ma anche chi ha un lavoro, non ha garantita più una vita dignitosa.
I lavoratori della Walmart hanno raccontato ad Alston che nei supermercati della più grande catena di negozi al dettaglio del mondo ricevono uno stipendio così piccolo che riescono a campare solo grazie ai coupon per i prodotti gratuiti.

In Russia la gente pensa che il livello di vita in Occidente sia così alto che le denunce sulla povertà siano un capriccio di consumatori “viziati”. Inoltre la povertà nei Paesi simbolo del benessere non è così scioccante come lo è in Africa o in India e passa inosservata sotto gli occhi dei turisti.

Ma c’è un particolare. La gente nelle strade è vestita decorosamente perché i vestiti durante i saldi sono venduti a prezzi stracciati. I pensionati possono permettersi un cappuccino o il caffè al bar, ma le loro case per mesi sono senza riscaldamento: è troppo costoso. La natura nascosta di questa povertà non la rende meno dolorosa. Nei Paesi più avanzati del mondo, milioni di persone soffrono regolarmente di fame e freddo. Dal loro menù scompare la carne, non ci sono abbastanza soldi per comprarla. Le loro carte di credito sono in profondo rosso e non hanno modo di estinguere il loro debito.

Siamo abituati a prendere in giro gli inglesi, che cominciano a preoccuparsi non appena nevica. Perché non capiamo che per la maggior parte delle famiglie il freddo comporta enormi spese per il riscaldamento. Per risparmiare i pensionati non lo accendono durante la notte, e al mattino li trovano congelati. Nel 2016 40mila persone sono morte in questo modo. Mediamente durante l’inverno ogni 7 minuti un anziano inglese muore per il freddo nella sua stessa casa. E’ persino apparsa l’espressione “povertà di riscaldamento” (“fuel poverty”), che colpisce 2,3 milioni di famiglie inglesi ed 800mila scozzesi.

Milioni di inglesi sono costretti ad ottenere gratuitamente pacchi di prodotti alimentari alle banche del cibo. La più grande rete di queste associazioni di beneficenza è The Trussel Trust. L’anno scorso la fondazione ha distribuito 1,18 milioni di kit con cibo per tre giorni, tra cui a 446mila bambini.

Nella prima metà del 2017 il numero di consegne di questi pacchi è aumentato in diverse regioni dal 12% al 30%, a dicembre la fondazione ha chiesto maggiori sforzi ai suoi donatori, avvertendo che in caso contrario non ce l’avrebbe fatta a dare ai bisognosi il cibo gratuito per Natale.
In questo contesto in prossimità del Natale il giornale Independent ha lanciato il progetto “Aiuta i bambini affamati”. Il discorso non riguarda i bambini africani, ma comuni bambini inglesi. Spesso tutto il cibo che ottengono durante il giorno proviene dai pasti gratuiti nelle scuole e dai kit forniti dalle organizzazioni di beneficenza. Un giornalista dell’Indipendent ha ricordato amaramente Dickens dopo aver visitato una delle banche del cibo:

“A differenza di Oliver Twist, i bambini che abbiamo incontrato alla banca del cibo non chiedevano “di più!”. Sembravano contenti di ricevere almeno qualcosa.”

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Dietrofront di Bannon, figlio Trump patriota

Immagine correlataDOPO L’USCITA DEL LIBRO-SCANDALO IN USA

Ex stratega, mie accuse erano contro Manafort. Sostegno a tycoon

(ANSA) – WASHINGTON, 7 GEN – Clamorosa marcia indietro dell’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon, dopo essere stato ripudiato da Donald Trump per le sue dichiarazioni nel libro ‘Fire and fury”…
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Stranieri, caserme e disciplina L'Austria vuole il coprifuoco

Vienna studia misure drastiche per controllare gli immigrati e ridurre il rischio di radicalizzazione
di Francesco De Palo
Immigrazione, caserme, coprifuoco e un welfare più armonico: ecco il decalogo del governo di Vienna per il nuovo anno.
Lo aveva annunciato alla Vigilia di Natale il neocancelliere austriaco Sebastian Kurz che «costringere i Paesi membri ad accogliere i rifugiati non aiuterà l’Europa». E sulle quote Ue per la ripartizione del migranti aveva tuonato che «se continuiamo così divideremo l’Ue e gli Stati membri decideranno ognuno per conto proprio quante persone accogliere».
Oggi il suo governo, figlio dell’accordo siglato un mese fa tra i conservatori del Partito Popolare Övp e la destra di Fpö, passa dalle analisi ai fatti e mette nero su bianco la strategia da adottare nel breve periodo. Il vicecancelliere Heinz-Christian Strache propone per gli immigrati una sistemazione nelle caserme in disuso, ma con il coprifuoco notturno per evitare reati e commistioni con la criminalità organizzata e con luoghi di possibile intreccio con l’Isis. «Anche in passato – ha precisato – si è discusso se non sia il caso che, da una certa ora in poi, la sera, debbano essere tutti di nuovo nelle caserme». Per cui niente alloggi di massa, come palazzine di edilizia popolare o alberghi e camping, ma strutture controllate direttamente dalla Difesa per gestire con intelligenza e senza sciatteria l’accoglienza e soprattutto garantendo un controllo serio e programmato per impedire, come accaduto altrove, il rischio di radicalizzazione o di eccessiva libertà per gli ospiti tra cui possono nascondersi jihadisti pronti all’azione. Continua a leggere

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Editore sfida Trump, libro di Wolff esce oggi – Miliardaria sponsor Bannon lo sconfessa

Risultati immagini per 'Fire and Fury'Dopo le rivelazioni contenute in a ‘Fire and Fury’

Uscirà oggi “Fire and Fury: inside the Trump White House”, il libro che sta imbarazzando Trump e la sua famiglia. Sfidando la diffida dei legali del presidente, l’editore Henry Holt ha deciso di anticipare la distribuzione, prevista inizialmente per il 9 gennaio.
La motivazione è legata ad una “domanda senza precedenti”, come conferma anche Amazon, dove è il libro più richiesto. Intanto l’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon, le cui dichiarazioni fanno parte integrante del libro, perde il sostegno della miliardaria conservatrice Rebekah Mercer, sua principale finanziatrice. “Sto con Trump”, fa sapere al Wp.
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http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/01/05/miliardaria-sponsor-bannon-lo-sconfessa_1269f429-f7a0-417a-982c-a3da0e898f7e.html Continua a leggere

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Disperato S.O.S. alla Nuova Chiesa!

di Danilo Quinto
A Voi tutti, membri della Nuova Chiesa. La vostra coscienza sarà sicuramente tormentata in questi giorni da un gigantesco problema che i giornali raccontano nelle loro prime pagine e le televisioni mostrano nei titoli di testa. Non si tratta dei 5 milioni italiani in povertà assoluta o della guerra nucleare che potrebbe scoppiare da un momento all’altro per un pazzo al comando di un paese che pigia un bottone o dell’invasione dei musulmani per cui tanto meritoriamente e onestamente vi prodigate, per impedire che a causa dei 6 milioni di aborti in 40 anni, della non sufficiente natalità e della distruzione della famiglia, la popolazione italiana scompaia.

Il problema è rappresentato dalla zia d’Italia, come lei si è definita. A causa delle firme autenticate da raccogliere per le prossime elezioni e dei candidati da trascrivere sulle liste per iniziare la raccolta, Emma Bonino e la sua lista + Europa – un nome che è tutto un programma – minaccia di presentarsi da sola, con il rischio di non riuscire nell’impresa e di non allearsi con il Partito Democratico, come pare vorrebbe.  Continua a leggere

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Israele e Usa uniti contro l'Iran da un accordo strategico politico-militare

di Giacomo Colonna
Israele e Usa uniti contro l'Iran da un accordo strategico politico-militare
Fonte: Clarissa
Il processo di destabilizzazione del Medio Oriente continua a tappe forzate. Dopo l’esplosiva dichiarazione del presidente statunitense Trump su Gerusalemme il 6 dicembre, che ha riportato tensione scontri e vittime in Palestina, Channel 10 ha dato notizia che lo scorso 12 dicembre sarebbe stato siglato a Washington un accordo al livello dei più alti alti funzionari della sicurezza nazionale statunitensi ed israeliani, formalmente rivolto a contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano.
L’accordo sarebbe stato formalizzato dal Consiglio di sicurezza nazionale Usa (NSC, organismo deputato alla elaborazione della strategia politico-militare americana) nella forma di un documento quadro informale, in linea con quanto affermato lo scorso 13 ottobre dal presidente Trump in merito alla volontà della sua amministrazione di non riconfermare l’adesione nordamericana all’accordo raggiunto nel 2015 a livello internazionale sul programma nucleare iraniano. Continua a leggere

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Il bollino rosso del politicamente corretto

Il bollino rosso del politicamente corretto
di Marcello Veneziani
Fonte: Marcello Veneziani
C’è un oscuro desiderio di censura che attraversa l’Occidente, i suoi media, le scuole e le università. È una censura liberal o radical, nel segno del progresso e della libertà.
Si accanisce non con estremisti e malfattori ma con fior di scrittori, poeti e letterati del passato, come Shakespeare, Dante, Ovidio, Euripide. O con artisti che ebbero vite violente o descrissero scene violente. All’università di Cambridge, per esempio, alcuni grandi classici, incluso Shakespeare, sono stati dotati di un bollino rosso.
L’obiettivo? Ammonire gli studenti per evitare che rimangano sconvolti dalla lettura di «rappresentazioni della violenza sessuale»Ma da Cambridge alla Columbia University, da Parigi alle sedi nostrane della cultura e della letteratura, contagia teatri e musei, scuole e cinema. Continua a leggere

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Trump, la religione musulmana e l'Islam politico

di Thierry Meyssan
Trump, la religione musulmana e l'Islam politico
Fonte: Voltairnet
Da una decina di anni in qua, gli Stati Uniti sono prigionieri della loro contraddizione di fronte all’Islam. Da un lato, pensano a se stessi come alla terra della libertà religiosa, dall’altro utilizzano i Fratelli Musulmani per destabilizzare il Medio Oriente allargato, e da un altro lato ancora lottano contro lo straripamento del terrorismo islamico fuori da questa regione. Hanno vietato qualsiasi ricerca che consenta di distinguere l’Islam in quanto religione dalla sua manipolazione a fini politici. Dopo aver rotto con il terrorismo dei Fratelli Musulmani, Donald Trump ha deciso di riaprire questo dossier, rischiando di provocare delle violenze nel suo stesso paese. Perché negli Stati Uniti la libertà di praticare l’Islam non implica la libertà di entrare in politica.
ILLUSTRAZIONE IN APERTURA: Quando Donald Trump dichiara: “Penso che l’Islam ci odii”, si riferisce alla religione musulmana o all’ideologia politica omonima?
DAMASCO (Siria)  –  Nella sua nuova Strategia di sicurezza nazionale, il presidente Trump modifica la terminologia ufficiale e fa riferimento ai gruppi armati musulmani come “jihadisti terroristi “.  L’Islam: religione o ideologia?
Dopo gli attentati dell’11 settembre attribuiti ad Al Qa’ida, una violenta polemica aveva agitato Washington: i gruppi terroristici erano rappresentativi o no dell’Islam? Se lo erano, conveniva che tutti i musulmani fossero considerati nemici della patria. In caso contrario, si poteva fare una distinzione tra musulmani “moderati” ed “estremisti”.
Tuttavia, i britannici usavano questi stessi termini con un altro significato: i “moderati” sono dei musulmani “moderatamente antimperialisti”, come Hamas, che non solleva alcuna obiezione di ordine politico verso Israele, ma rifiuta unicamente che i musulmani siano governati da ebrei; mentre gli “estremisti” sono musulmani “estremamente antimperialisti”, come Hezbollah, che rimette in questione la vittoria dello Stato coloniale israeliano sugli arabi.
La controversia è culminata in una conferenza del giugno 2006 del New York Metro InfraGard. Un agente ed esperto dell’FBI, William Gawthrop, assicurò che è inutile distinguere i diversi gruppi terroristici musulmani, allorché tutti si fondano sulla stessa ideologia, l’Islam. Cinque documenti interni dell’FBI sono poi trapelati [1]. Destinati all’addestramento dei loro ufficiali, essi stabiliscono che più si è “islamici”, più si è potenzialmente “radicali”, e che il profeta Maometto era il leader di una setta violenta. Gawthrop si basava su uno studio indiscutibile del Corano, degli Hadith e dei principali testi teologici. Dimostrava che lungo tutta la Storia, i teologi delle quattro principali scuole sunnite hanno sostenuto la guerra contro gli infedeli, ma non i pensatori della scuola sciita. Gawthrop era anche un istruttore presso il controspionaggio del Dipartimento della Difesa. Lì aveva spinto a studiare Maometto in quanto capo militare.
Nel 1953, il presidente Eisenhower ricevette una delegazione dei Fratelli musulmani guidata da Said Ramadan. Gli Stati Uniti ora sostengono l’Islam politico all’estero.
Questa polemica non era nuova. Da una parte, a partire dal 1953 e dal ricevimento di Said Ramadan da parte del presidente Eisenhower, la CIA e il Dipartimento della Difesa hanno lavorato all’estero con i sostenitori dell’Islam politico, i Fratelli Musulmani. Dall’altra parte, durante la segregazione razziale, fu concesso che i discendenti degli schiavi potessero essere musulmani, ma non che ne facessero una rivendicazione politica. Nel 1965, il leader politico nero e musulmano Malcolm X fu assassinato, probabilmente con l’aiuto passivo dell’FBI. Mentre agonizzava al suolo, cercò di dare alla sua segretaria, poco prima di morire, un messaggio per Saïd Ramadan.
In ritorsione rispetto a questo punto di vista, un eminente personaggio musulmano americano, Salam Al-Marayati, ha minacciato di fare appello affinché cessasse ogni cooperazione con l’FBI [2].
Immediatamente, il procuratore generale aggiunto James Cole ha reso inaccessibili tutti questi documenti, non solo presso l’FBI, ma in tutte le giurisdizioni.
Solo che i documenti dell’FBI erano stati concepiti per dei corsi in cui gli istruttori specificavano a lungo che non trattavano l’Islam in quanto religione, ma in quanto ideologia politica [3].
Gli Stati Uniti: paese della libertà religiosa o dell’islamofobia?
Fu in quel periodo che il Dipartimento di Stato creò diverse strutture per influenzare l’opinione pubblica statunitense e straniera, in modo che gli Stati Uniti non fossero accusati di intraprendere una guerra contro la religione musulmana. Questo dispositivo comprendeva in particolare una cellula di una ventina di persone, che parlava diverse lingue, chiamata a intervenire sotto false identità nei forum per orientare i dibattiti.
Qualunque fosse il modo di affrontare la questione, gli Stati Uniti tornavano sempre allo stesso problema: già nel settimo secolo, la parola “Islam” è usata in arabo per designare tanto una religione quanto un’ideologia politica, tuttavia perfettamente distinta.
Infine, nel gennaio 2008, il Dipartimento per la sicurezza interna ha emanato, per iniziativa del segretario Michael Chertoff, la Terminologia per definire i terroristi (Terminology to Define the Terrorists: Recommendations from American Muslims). Poi, nel marzo 2008, l’ufficio del direttore dell’intelligence nazionale (allora guidato da Mike McConnell) ha redatto una nota semantica rivolta all’intera amministrazione. Queste istruzioni miravano a ripulire l’amministrazione Bush – che nel 2001 aveva parlato di «crociata contro Al Qa’ida» – da ogni sospetto di islamofobia e a ripristinare l’onore del «paese della libertà religiosa».
Il fatto di portare alla Casa Bianca Barack Hussein Obama doveva risultare sufficiente a risolvere il problema. Ma non accadde così, non da ultimo perché, mentre un terzo dei suoi elettori pensava che fosse musulmano, egli precisava di essere un cristiano di famiglia musulmana; il che sembrava convalidare il modello di identità degli immigrati provenienti dal Nord Europa: si può essere un americano essendo culturalmente e anche religiosamente musulmano, ma un presidente deve essere un cristiano. Da qui la violenza della campagna finanziata dall’immobiliarista Donald Trump in merito al luogo di nascita di Obama (le Hawaii o il Kenya britannico?). Certo, la risposta condizionava la costituzionalità della sua elezione, ma, cosa più importante, implicava il fatto che fosse nato cristiano o musulmano.
Prima di lanciare la “primavera araba”, Barack Obama e Hillary Clinton hanno infarcito la loro amministrazione di sostenitori dell’Islam politico.
Nel 2011, il sottosegretario di Stato per la Propaganda (Public Diplomacy) ha creato il Centro per le comunicazioni strategiche contro il terrorismo (Center for Strategic Counterterrorism Communications). Nel 2016, questa struttura è diventata nota come Centro di impegno globale (Global Engagement Center) e ha ampliato le sue competenze alla lotta contro la Russia. Il suo budget è stato poi moltiplicato per 13. Il fatto di affidare la lotta contro il terrorismo e la rivalità con la Russia alla stessa organizzazione non ha aiutato ovviamente a chiarire le cose. Fu in questo periodo che Washington adottò l’espressione dell’ONU “estremismo violento” per designare l’ideologia dei terroristi [4].
Torniamo indietro: il 22 dicembre 2012, la rivista egiziana Rose El-Youssef ha rivelato la presenza di diversi leader dei Fratelli Musulmani in seno all’amministrazione Obama, tra cui Salam Al-Marayati. In particolare, costui ha rappresentato il Segretario di Stato Hillary Clinton e ha presieduto la delegazione ufficiale degli Stati Uniti in occasione della Conferenza dei diritti umani dell’OSCE. Sua moglie, Laila, era vicina a Hillary Clinton quando era la first lady e faceva parte della Commissione per la libertà religiosa internazionale. L’intervento di Al-Marayati contro Gawthrop, sei anni prima, era in realtà solo una manovra dei Clinton, che avevano usato la Fratellanza Musulmana per far cambiare idea all’FBI e al Dipartimento della Difesa.
Il diritto di riflettere
La controversia è rimbalzata nel luglio 2017 con la presentazione di un emendamento alla legge sulla programmazione militare (NDAA) che autorizza il Dipartimento della Difesa a studiare «l’uso di dottrine religiose musulmane violente o non ortodosse per sostenere la comunicazione di estremisti o terroristi e giustificarla» Il testo è stato respinto per 217 voti a 208, sempre nel nome della protezione dell’Islam come religione.
Il presidente Trump ha finalmente deciso di applicare la parola “jihadista” ai terroristi musulmani, sebbene in origine il jihad non fosse la lotta armata contro gli infedeli, bensì un’introspezione e un esame di coscienza personale.
Finora, le decisioni di Donald Trump sono state oggetto dei peggiori fraintendimenti. Il suo decreto che sospendeva l’immigrazione da paesi in cui le delegazioni consolari non avevano i mezzi per verificare l’onestà dei candidati è stato interpretato come “islamofobo” perché questi paesi hanno una popolazione a maggioranza musulmana.
La sua decisione è una vera rivoluzione intellettuale per gli Stati Uniti. Finora, il Dipartimento della Difesa ha applicato la strategia dell’ammiraglio Arthur Cebrowski, distruggendo – paese dopo paese – ogni forma di organizzazione politica del Medio Oriente allargato, mentre il Dipartimento di Stato vigilava affinché questa politica non fosse anti-musulmana in sé.
Tuttavia, da un punto di vista mediorientale, non è questo ad esser stato percepito. Poiché per quindici anni gli Stati Uniti hanno messo in opera la strategia di Cebrowski [5] soltanto nella parte prevalentemente musulmana del mondo, era impossibile per gli afgani, i persiani, i turchi e gli arabi, capire alcunché degli slogan USA. È d’altronde contro questa contraddizione che Barack Obama si è scontrato durante il suo discorso al Cairo, nel giugno 2009.
Se si capiscono perfettamente gli obiettivi della propaganda statunitense, si può solo osservare che ne sono stati la prima vittima. In effetti, la contraddizione tra la loro retorica edulcorante e il loro sostegno ai Fratelli Musulmani all’estero (e non la loro strategia di distruzione del Medio Oriente allargato) li ha portati a vietare ogni ricerca sulle origini dell’Islam politico, sia a casa loro che tra i loro alleati.
Tuttavia Maometto era un generale e un governante. Questa particolare situazione storica ha permesso, fin dai primi giorni dell’Islam, a una corrente di pensiero di tentare di manipolare questa religione per impadronirsi del potere. La maggior parte dei musulmani è stata allevata con degli Hadith, composti molto tempo dopo la morte del Profeta, che gli attribuiscono successi militari e un pensiero politico particolare. L’attuale Fratellanza Musulmana si appoggia su una lunga storia di significativi precedenti.
Nel 1965, il leader dell’Islam politico USA fu assassinato con il probabile aiuto dell’FBI.
Per il resto, gli Stati Uniti non saranno in grado di distinguere i due significati della parola “Islam” finché non avranno risolto la questione della propria identità. Donald Trump e i suoi elettori accettano senza difficoltà che i Neri e gli Ispanici siano cittadini degli Stati Uniti, ma difficilmente che essi esercitino funzioni politiche di primo piano.
Paradossalmente, mentre sarebbe appropriato che gli intellettuali musulmani intraprendessero questa ricerca e quindi permettessero alla loro religione di essere separata dalla sua manipolazione politica, probabilmente saranno gli Stati Uniti a condurre questa esplorazione da soli. Anche se negli USA c’è un gran numero di ricercatori musulmani, è poco probabile che questo paese non proietti i propri problemi culturali su questo argomento di studio a rischio di interpretarlo male.
NOTE
[1] Il lettore troverà troverà qui i principali documenti citati nel presente articolo.
[2] “The wrong way to fight terrorism”, Salam Al-Marayati, Los Angeles Times, October 19, 2011.
[3] Questo video d’un corso tenuto a Quantico non lascia alcun dubbio in merito a questo argomento.
[4] «Plan d’action pour la prévention de l’extrémisme violent», par Ban Ki-moon, Réseau Voltaire, 24 décembre 2015.
[5] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. «Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale», di Thierry Meyssan, Haïti Liberté (Haiti), Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
Traduzione a cura di Matzu Yagi.

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