Vita e detti dei Padri del deserto: Giovanni il Persiano

Un tale disse al padre Giovanni: «Abbiamo tanto penato per il regno dei cieli; lo erediteremo infine?». E l’anziano disse: «Confido di ereditare la Gerusalemme dell’alto iscritta nei cieli. Colui che ha promesso è fedele; perché dovrei dubitare? Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come Davide, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone. E credo come il ladrone che colui che per la sua bontà mi ha donato tutto ciò, mi darà anche il regno dei cieli» (237d-240a).
Tratto da Vita e detti dei Padri del deserto, edizione Città Nuova, 1999.
fonte – https://www.sursumcorda.cloud/articoli/padri-del-deserto/2174-vita-e-detti-dei-padri-del-deserto-giovanni-il-persiano-parte-2-ed-ultima.html
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Dizionario di teologia dommatica. La Santità della Chiesa

La Santità è la seconda proprietà che il Simbolo Niceno-Costantinopolitano attribuisce alla Chiesa e che promana dall’intima natura della medesima. Se infatti la Chiesa è «l’unione di Cristo con l’uomo in forma sociale» deve essere santa, come tutto quello che è a contatto con Dio. La Bibbia presenta la santità come l’attributo proprio della Chiesa: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, al fine di santificarla (…), di prepararsela come sposa immacolata, senza rughe e senza neo» (Efes. 5, 26); «Cristo ci elesse affinché fossimo santi e immacolati al suo cospetto» (Efes. 1, 4): «Diede se stesso per noi al fine di riscattarci da ogni iniquità e di purificarsi un popolo accettevole e zelante di opere buone » (Tit. 2, 14). La santità della Chiesa è triplice: santità dei princìpi, delle membra, dei carismi. La santità dei princìpi consiste nel fatto che la Chiesa è dotata di mezzi che sono atti a produrre la santità negli uomini (santità attiva). Realmente la dottrina dommatica e morale della Chiesa (Magistero) è il fermento che solleva la massa umana dalle oscurità della terra agli splendori del cielo; i suoi Sacramenti (Ministero) sono i canali che trasmettono la grazia santificante; la sua autorità (Impero) tende unicamente a guidare i fedeli per la via della perfezione. La santità delle membra risulta dallo spettacolo costantemente verificatosi nella storia del Cristianesimo di moltissimi fedeli viventi secondo i precetti del Vangelo (santità comune) e di molti altri che, seguendo anche i consigli evangelici, sono giunti fino alle ardue vette dell’eroismo (santità esimia), che suole essere sancita dalla canonizzazione. Tutti i secoli della storia dei popoli cristiani, da San Paolo a San Benedetto, da San Francesco d’Assisi a Santa Teresa di Gesù, da San Vincenzo de’ Paoli a San Giovanni Bosco sono intersecati dalla scia luminosa della santità eroica (santità passiva). La santità dei carismi emerge dal dono dei miracoli, con i quali lo Spirito Santo suole manifestare la sua presenza in tutto il Corpo mistico (sono infatti i miracoli grazie gratis datae per l’edificazione della Chiesa) come in qualche membro dotato di singolare virtù, perché Dio, in via ordinaria si serve delle anime a Lui più care per operare le sue meraviglie (segni della santità).
dal Dizionario di teologia dommatica, Piolanti, Parente, Garofalo – pace all’anima loro! – Studium, Roma, 1952.

Fonte – https://www.sursumcorda.cloud/articoli/dizionario-di-teologia-dommatica/2171-dizionario-di-teologia-dommatica-la-santita-della-chiesa.html

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Disponibile il numero 159 di Sursum Corda – 5×1000

Sul sito è disponibile il numero 159 (del giorno 5 maggio 2019) di Sursum Corda®. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori

  • Comunicato numero 159. Gesù all’ultima Festa della Dedicazione;
  •  [VIDEO] Che cos’è la vera umiltà? Dai Tesori di Cornelio ALapide;
  •  [VIDEO] Complotto contro la Chiesa e la società civile – La Massoneria e l’Alta Vendita Suprema;
  • Ti adoro, o Croce Santa;
  • Dizionario di teologia dommatica. La Risurrezione dei corpi;
  • Dizionario di teologia dommatica. La Santità della Chiesa;
  • Dizionario di teologia dommatica. La Santità di N. S. Gesù Cristo;
  • Il contadino portato in Paradiso da San Francesco di Sales;
  • Vita e detti dei Padri del deserto: Giovanni il Persiano (parte 2 ed ultima).

FONTE – https://www.sursumcorda.cloud/tags/numero-159.html

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Per la Messa romana, contro il Novus ordo

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 36/19 del 6 maggio 2019, San Giovanni a Porta Latina
 Per la Messa romana, contro il Novus ordo
“Chi si accontenta del M.P. Summorum Pontificum, che dichiara al contrario che il messale riformato da Paolo VI è il rito ordinario della Chiesa cattolica, e che ne difende a priori l’ortodossia dottrinale, ha già disertato la battaglia iniziata, 40 anni fa, dal Breve esame critico del Novus Ordo Missæ”.
Prefazione alla ristampa del Breve esame critico del Novus ordo Missæ
Il 30 novembre 1969, prima domenica d’Avvento e quindi inizio del nuovo anno liturgico, doveva entrare in vigore in tutte le chiese cattoliche un nuovo “Ordo Missae”, un nuovo messale (promulgato con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969) in applicazione, si diceva, della costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosantum Concilium (4 dicembre 1963). Nelle intenzioni di Paolo VI, chiaramente manifestate nel concistoro ai cardinali del 24 maggio 1976, il messale riformato doveva prendere – definitivamente – il posto dell’antico: “L’adozione del nuovo Ordo Missae non è certamente lasciato alla libera decisione del sacerdote o dei fedeli. L’istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto che la celebrazione della messa secondo l’antico rito sarebbe permessa, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo ai sacerdoti anziani o malati che celebrano senza assistenza. Il nuovo Ordo è stato promulgato per prendere il posto dell’antico, dopo matura riflessione, al fine di mettere in pratica le norme previste dal concilio Vaticano II”.
Sono passati trent’anni ormai (oggi 50, ndr) da quel celebre discorso, e l’antico messale non è scomparso, come invece si voleva e si pensava. E questo non solo perché viene ancora di fatto celebrato in ogni parte del mondo cattolico, ma anche perché dei provvedimenti emanati dai successori di Paolo VI hanno autorizzato in modo sempre più ampio la celebrazione dell’antico messale; ultimo in ordine di tempo il Motu Proprio “Summorum Pontificum” del 7 luglio 2007.
(cfr: https://www.sodalitium.biz/comunicato-riflessioni-sul-motu-summorum-pontificum-2/)
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Communicatio in sacris

Tratto da Enciclopedia Cattolica, Vol. IV, Coll. 117-119, Imprimatur 8 ottobre 1950. Per comunicazione nelle cose sacre o communicatio in sacris si intende la partecipazione dei cattolici alle cerimonie sacre (preghiere, funzioni, pre­diche, riti) compiuti dagli acattolici (eretici, scisma­tici, infedeli) dentro o fuori della loro chiese o templi. Questa partecipazione può essere: attiva, quando, cioè, si prende parte al culto religioso positivamente, compiendo qualche atto, che con esso abbia relazione; passiva, quando vi si prende parte solo negativamente, astenendosi da ogni azione, che dica relazione con la cerimonia religiosa; formale, quando vi sia l’ade­sione della mente e del cuore; materiale, quando quest’adesione manca e tutto si riduce ad un atto di presenza esteriore e fisica. La comunicazione nelle cose sacre si suole designare con il nome di comunicazione in divinis, per di­stinguerla dalla comunicazione in profanis cioè nelle relazioni pri­vate e pubbliche che riguardano la vita domestica e civile, e dalla comunicazione in rebus mixtis, cioè nelle rela­zioni, le quali importano atti che si possono conside­rare o hanno un lato anche religioso, come i matri­moni, i funerali e cerimonie simili. La condotta dei cattolici a questo riguardo è re­golata in linea di massima dal CIC (Codex Iuris Canonici del 1917), e nelle varie sue applicazioni dalle norme emanate dalle Sacre Con­gregazioni romane.
La comunicazione in profanis. – Secondo il diritto canonico vigente, è lecita, quando non vi sia pericolo di danno spirituale; illecita, quando questo pericolo vi sia. Per­ciò si devono evitare anche quelle azioni, le quali, mas­sime in alcune determinate circostanze, possono signifi­care o importare una familiarità o confidenza o dimesti­chezza eccessive, e per conseguenza pericolose, con gli acattolici, specialmente per le persone «semplici e de­boli nella fede» (cf. Sum. Theol., 2a-aae, q. 10, a. 9). Le relazioni con gli scomunicati vitandi sono regolate da norme particolari (CIC, can. 2267).
La comunicazione in divinis. Non è mai lecito ai fe­deli di assistere attivamente o prendere parte, in qualsiasi modo, ai riti sacri degli acattolici (CIC, can. 1258 § 1). Ciò vale non soltanto quando si tratta di riti falsi o empi in se stessi, ma anche quando si tratta di quei riti che sono propri di questa o quella setta o gruppo eretico, scismatico, pagano. Perché simile partecipazione equivale alla profes­sione di una falsa religione e per conseguenza al rin­negamento della fede cattolica. E anche nel caso che ogni idea di rinnegamento potesse escludersi, rimangono sempre tre danni assai gravi: 1) il peri­colo di perversione nel cattolico che vi partecipa; 2) lo scandalo, sia dei fedeli, che prendono motivo di giudicar male della persona che tratta con gli av­versari della fede e forse anche di dubitare della verità di essa, sia degli acattolici stessi, che così si confermano nel loro errore; 3) l’indifferentismo in materia di religione, cioè l’approvazione esteriore di credenze erronee e l’idea che l’espressione esterna della propria fede sia una cosa trascurabile. Continua a leggere
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Preghiera a San Fedele da Sigmaringa (24.4)

+ Hai compiuto gloriosamente la tua carriera, o Fedele! e la fine di questa è stata anche più bella di quanto ne fu il suo corso. Con quale serenità andasti incontro alla morte! Con quale gioia soccombesti sotto i colpi dei tuoi nemici, che erano quelli della santa Chiesa! Simile a Stefano, ti lasciasti abbattere pregando per loro; poiché il cattolico, che deve detestare l’eresia, deve anche perdonare all’eretico che l’immola. Prega, o Martire santo, per i figli della Chiesa; ottieni che essi conoscano sempre meglio il valore della fede e la grazia insigne che Dio ha fatto loro, facendoli nascere in seno ad essa, unica e vera, che vivano guardinghi contro le dottrine perverse, che da ogni lato risuonano al loro orecchio; che non si scandalizzino delle dolorose defezioni che si registrano così spesso in questo secolo di mollezza e di orgoglio. È la fede che ci deve condurre a Gesù risorto; egli ce lo raccomanda nelle parole dette a Tommaso: “Beati coloro che non han visto ed han creduto”! Noi vogliamo credere, ed è per questo che ci attacchiamo alla santa Chiesa che è Maestra somma di fede. A lei che vogliamo credere, e non alla ragione umana che non saprebbe attingere la parola di Dio, e tanto meno giudicarla. Gesù ha voluto che questa fede arrivasse a noi, appoggiata dalla testimonianza dei martiri; ed ogni secolo ha avuto i suoi. Gloria a te, o Fedele! che hai saputo conquistare la palma combattendo gli errori, e la pretesa riforma! Vendicati da Martire, e domanda incessantemente a Gesù che i settari dell’errore ritornino alla fede e all’unità della Chiesa. Sono fratelli nostri nel Battesimo: prega perché rientrino all’ovile, affinché sia possibile un giorno celebrare tutti insieme la vera cena della Pasqua, nella quale l’Agnello di Dio si dà nostro cibo, non in figura, come nell’antica legge, ma nella piena realtà, come si conviene a quella nuova. Così sia. +
[Di dom Prosper Guéranger] [24 aprile, San Fedele da Sigmaringa, Martire (1577 – 1622 ), Protomartire dell’Ordine dei Minori Cappuccini e della S. Congregazione di Propaganda Fide. A Sevis, nella Svizzera, San Fedele da Sigmaringa, Sacerdote dell’Ordine dei Minori Cappuccini e Martire, il quale, man­dato là a predicare la fede cattolica, nello stesso luogo, ucciso dagli eretici, compì il martirio, e dal Papa Benedetto decimoquarto fu annoverato fra i santi Martiri].

fonte – https://www.sursumcorda.cloud/preghiere/2160-preghiera-a-san-fedele-da-sigmaringa-24-4.html

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Preghiera a San Giorgio per vincere la battaglia (23.4)

+ O Giorgio! tu sei l’onore della milizia cristiana. Il servizio di un principe della terra non ti ha fatto dimenticare ciò che dovevi al re del cielo. Tu hai versato il sangue per la fede di Cristo, ed a sua volta Cristo ti ha fatto capo e condottiero delle armate cristiane. Sii il loro sostegno di fronte alle schiere nemiche, e assicura la vittoria ai difensori della giusta causa. Proteggili sotto le pieghe del tuo stendardo, ricoprili col tuo scudo, e spargi il terrore davanti a loro. Il Signore è il Dio degli eserciti, e la guerra entra spesso nei piani della Provvidenza, ora per un fine di giustizia, ora per quello di misericordia. Comandanti e soldati hanno bisogno dell’aiuto celeste. Muovendo guerra, sembrano spesso compiere un’opera umana, mentre, in realtà, eseguono quella di Dio. È per questo motivo ch’essi sono più disposti degli altri uomini a sentimenti di generosità, e che il loro cuore è più religioso. Il sacrificio, il pericolo, li elevano al di sopra di loro stessi: infatti i soldati occupano una gran parte nelle gloriose liste dei Martiri… (O glorioso San Giorgio guidaci alla vittoria!) Così sia. +
[Di dom Prosper Guéranger] [23 aprile, San Giorgio Martire. Il natale di San Giorgio Martire, il cui illustre martirio si venera dalla Chiesa di Dio tra le corone dei Martiri].

fonte – https://www.sursumcorda.cloud/preghiere/2159-preghiera-a-san-giorgio-per-vincere-la-battaglia-23-4.html

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Comunicato numero 158. La donna rattrappita e l’uomo idropico

Stimati Associati e gentili Sostenitori, vogliate, anche quest’anno, destinare il 5×1000 alla nostra piccola Associazione. È sufficiente indicare nella dichiarazione dei redditi (o in allegato ad altri modelli) il nostro codice fiscale – 01944030764 – nell’apposita casellina: «Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale …». Grazie, Dio Vi benedica! Veniamo all’Abate Ricciotti ed alla sua «Vita di Gesù Cristo», da cui oggi studieremo il capitolo: «La donna rattrappita e l’uomo idropico. Questioni conviviali».
• § 455. Fecero effetto queste minacce? [«In quest’ultima dilazione concessa all’albero, o esso darà frutti, ovvero finirà sotto i colpi d’accetta», cf. Sursum Corda n° 157]. Divampava l’incendio acceso da quel fuoco che Gesù era venuto a gettare sulla terra? In altre parole, si stava attuando il «cambiamento di mente» che ripudiava il vecchiume formalistico e ricercava lo spirito nuovo? A queste domande San Luca non dà una risposta esplicita, ma sembra bene che ne dia una implicita mediante un aneddoto ch’egli soggiunge alle narrazioni precedenti, e che mostra come il formalismo rabbinico gravasse quale cappa di piombo sugli spiriti e non fosse stato neppure scalfito dalle minacce di Gesù. L’aneddoto è quello della donna rattrappita guarita di sabbato (Luca, 13, 10-17); senonché lo stesso Evangelista, indulgendo alla sua predilezione per i quadretti abbinati, poco dopo questo aneddoto fa seguire l’altro somigliantissimo dell’uomo idropico guarito egualmente di sabbato (14, 1-6). I due quadretti si richiamano logicamente l’un l’altro, come una ripetuta e sfiduciata risposta alle precedenti domande sull’efficacia della predicazione di Gesù, ed è quindi opportuno presentarli affiancati; tuttavia, egualmente dai dati di San Luca confrontato con gli altri Evangelisti, appare che i due fatti sono cronologicamente staccati, e che la donna fu guarita poco prima della festa della Dedicazione e nella Giudea, l’uomo invece poco dopo quella festa e probabilmente nella Transgiordania. Gesù dunque, durante la sua peregrinazione nella Giudea, si recò di sabbato in una sinagoga e si mise a predicare. Tra i presenti vi era una donna malata da diciotto anni – forse di artrite o anche di paralisi – e così rattrappita che non poteva in nessun modo alzare la testa e guardare in alto. Vistala, Gesù la chiamò e le disse: «Donna, sei disciolta dalla tua malattia»; e le impose le mani. Quella, raddrizzatasi all’istante, si dette a ringraziare e glorificare Dio. L’archisinagogo che presiedeva all’adunanza (§ 64) s’indignò per quella guarigione fatta di sabbato; non osando però abbordare direttamente Gesù, se la prese con la folla arringandola stizzito: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare: in essi dunque venite a farvi curare, e non nel giorno del sabbato!». Per quello zelante archisinagogo la guarigione miracolosa non significava nulla, il sabbato invece – che del resto non era stato violato – significava tutto. Gesù allora rispose a lui e agli altri della mentalità di lui: «Ipocriti! ognuno di voi di sabbato non scioglie forse il suo bove o l’asino dalla mangiatoia, e (lo) conduce ad abbeverare?». Infatti, sciogliere o stringere un nodo di fune era compreso in quei 39 gruppi di azioni ch’erano proibite di sabbato (§ 70); ma nella pratica, trattandosi delle bestie domestiche, si provvedeva in una maniera o un altra al loro sostentamento. Messo ciò in chiaro, Gesù argomenta a fortiori concludendo: «E costei ch’è figlia di Abramo, e che il Satana legò or è diciotto anni, non bisognava che fosse sciolta da questo legame nel giorno di sabbato?». Al Satana erano fatte risalire comunemente malattie di ogni genere (§ 78). Se dunque c’era un giorno più opportuno di tutti per dimostrare la vittoria di Dio sul Satana, cioè del Bene sul Male, era appunto il sabbato, il giorno consacrato a Dio: quindi Gesù, meglio d’ogni altro, era penetrato nello spirito del sabbato, operando appunto in esso quella vittoria di Dio sul Satana.
• § 456. Al ragionamento di Gesù la folla assenti cordialmente; quanto ai suoi avversari, San Luca dice che rimasero confusi, ma ciò non significa che assentissero al ragionamento. Già vedemmo che l’osservanza rabbinica del sabbato era uno dei piloni su cui troneggiavano i Farisei e che non doveva mai crollare (§ 431). Anche se i fatti miracolosi smentivano quell’osservanza, ciò non significava nulla: si trascurassero i fatti e si bestemmiasse lo Spirito santo (§ § 444, 446), purché rimanesse il sabbato farisaico. Continua a leggere
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Does Honorius "Refute" Sedevacantism? NEW Fr. Cekada Articl1

Segnalazione di don Anthony Cekada

Does the Pope Honorius Affair Refute Sedevacantism?

THE MULTITUDE of theological errors and evil laws that have emanated from the Vatican II popes over the past fifty years — and that is exponentially increasing during the madcap reign of Bergoglio — has prompted many traditionally-minded Catholics to seek out ways to reconcile the notion of papal authority with the obvious destruction wrought by those in our day who claimed to wield it.
Sedevacantists like myself settled on the following explanation a long time ago: the very errors and evils officially sanctioned by the Vatican II popes demonstrate that they never truly obtained papal office (or authority) in the first place, and were therefore false popes. (For an explanation, see Sedevacantism: A Quick Primer)
Others — be they Novus Ordo conservatives, neo-traditionalists within the Vatican II establishment, or traditionalists of the Recognize-and-Resist (R&R) variety — shied away from this conclusion. They sought to reconcile “recognizing” the V2 popes as true Successors of Peter with simultaneously “resisting” them — minimizing any obligation to adhere to the teachings of the V2 popes, to observe their laws, or in practice, to submit to their authority.
To achieve this end and to negate the logical appeal of sedevacantism, the conservative/neo-trad/R&R camp sought to demonstrate two things:

  1. Since ordinary papal teaching lacked the “infallible stamp” that the rare ex cathedra papal pronouncement possessed, Catholics had no obligation whatsoever to submit or adhere to it. Ergo, you’re free to ignore Bergoglio’s (or for that matter, Paul VI’s) teachings and laws.
  2. Some popes in the past (Nicholas I, Vigilius, Honorius, Liberius, Celestine III, John XXII, Alexander VI) were heretics, but nevertheless were always recognized as true popes. Ergo, a pope can teach heresy and still remain pope — take that, wicked sedes!

This is old stuff that the “right” subjected to constant recycling, even before Bergoglio’s Laudato Sì, and it always manages to float back, like gas from the landfill. I refuted point (1) in section 1 of 9/11 for the Magisterium, as well as in the introduction to my recent article, The Errors of Athanasius Schneider. I have refuted point (2) in a variety of articles listed in section 3 of my sedevacantist primer — and in so doing, please note, I have always pointed out that it was the Protestants, the Gallicans, and other haters of papal authority who raised these charges of “papal heresy” and were roundly trounced by an array of Catholic dogmatic theologians.
For the conservative-neo-trad-R&R camp, however, the historical case that seems both to provide a refutation of sedevacantism and to demonstrate the validity of points (1) and (2) is the case of Pope Honorius. From this, we are supposed to draw by analogy a principle for a course of action vis-à-vis Bergoglio and all the Vatican II popes that will allow one to recognize them as popes, but never, ever submit to them.
I dealt with the case in my lengthy article on Bp. Schneider, but since Honorius always seems to pop up in discussions of papal authority, I’ve been asked to sum up my arguments as a separate article.

Emperor Heraclius

1. General Background. Pope Honorius I (625–638) reigned during the great controversy over the Monothelite heresy (=Christ had only one will, the divine). Around 634, he was approached by Sergius, Patriarch of Constantinople, who was attempting to resolve the dispute and pacify all sides in order to please the emperor Heraclius. Honorius responded to Sergius with several letters dealing with the controversy. Their contents became public only after the death of Honorius, and led to his being accused, variously, of either being a heretic himself, or at least, of being soft on heresy.
In 681 the Third Council of Constantinople posthumously condemned and anathematized Honorius, together with several Monothelites, which condemnation was subsequently renewed by the Second Council of Nicaea in 787 and the Fourth Council of Constantinople in 870. The condemnation subsequently made its way into the texts of some ecclesiastical oaths, and the Roman Breviary prior to 1570 portrayed Honorius as having been condemned for heresy.
Nevertheless, despite these condemnations, the Church continued to recognize Honorius as having been a true pope and true successor (albeit perhaps weak) of St. Peter.
Thus the facts in the story of Honorius that everyone agrees upon.

Points of contention!

2. Disputed Facts and Interpretations. But there are countless other facts and complications in this story that church historians and theologians do not agree upon, have interpreted in different ways and, generally, have been fighting over for centuries.
These disputed issues include: whether the texts themselves of Honorius’s letters really prove he was a heretic, or merely that he was “soft” in combatting heresy; how the term “heresy” is to be understood in the various conciliar condemnations, since at the time it did not always have the precise technical meaning it has today; whether the subsequent papal approval of the conciliar acts of Third Constantinople (necessary for their legal effect), approved the condemnation of Honorius for heresy properly speaking, or only cowardice; or whether some of the documents were or contained forgeries, a common problem during the era.
Countless other uncertainties like these muddy the waters, making it difficult not only to arrive at a clear and objective historical account of the Honorius affair, but also to tease out of these complicated events correct theological consequences.
Protestants, Gallicans, rationalists and others, especially in the 19th century, had no hesitations about their conclusions, of course, and they routinely trotted out the Honorius affair as one of their main arguments against papal authority in general, and papal infallibility in particular.
LEGGI TUTTO

Fonte – http://www.fathercekada.com/2019/04/24/does-the-pope-honorius-affair-refute-sedevacantism/

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Preghiera per conservare la vera Fede

Preghiera per conservare la vera Fede” scritta da san Pietro Canisio (1521-1597), olandese della Compagnia di Gesù, apostolo della Controriforma in Germania, definito “martello degli eretici”, beatificato da Pio IX nel 1868 e canonizzato da Pio XI nel 1925 che lo nominò pure Dottore della Chiesa.

Confesso ad alta voce per la mia salvezza tutto quello che i cattolici hanno sempre a buon diritto creduto nel loro cuore. Ho in abominio Lutero, detesto Calvino, maledico tutti gli eretici; non voglio avere nulla in comune con loro, perché non parlano né sentono rettamente, e non posseggono la sola regola della vera Fede propostaci dall’unica, santa, cattolica, apostolica e romana Chiesa. Mi unisco invece nella comunione, abbraccio la fede, seguo la religione e approvo la dottrina di quelli che ascoltano e seguono Cristo, non soltanto quando insegna nelle Scritture ma anche quando giudica per bocca dei Concilii ecumenici e definisce per bocca della Cattedra di Pietro, testificandola con l’autorità dei Padri. Mi professo inoltre figlio di quella Chiesa romana che gli empii bestemmiatori disprezzano, perseguitano e abominano come se fosse anticristiana; non mi allontano in nessun punto dalla sua autorità, né rifiuto di dare la vita e versare il sangue in sua difesa, e credo che i meriti di Cristo possano procurare la mia o l’altrui salvezza solo nell’unità di questa stessa Chiesa.
Professo con franchezza, con san Girolamo, di essere unito con chi è unito alla Cattedra di Pietro e protesto, con sant’Ambrogio, di seguire in ogni cosa quella Chiesa romana che riconosco rispettosamente, con san Cipriano, come radice e madre della Chiesa universale. Mi affido a questa Fede e dottrina che da fanciullo ho imparato, da giovane ho confermato, da adulto ho insegnato e che finora, col mio debole potere, ho difeso. A far questa professione non mi spinge altro motivo che la gloria e l’onore di Dio, la coscienza della verità, l’autorità delle Sacre Scritture canoniche, il sentimento e il consenso dei Padri della Chiesa, la testimonianza della Fede che debbo dare ai miei fratelli e infine l’eterna salvezza che aspetto in Cielo e la beatitudine promessa ai veri fedeli.
Se accadrà che a causa di questa mia professione io venga disprezzato, maltrattato e perseguitato, lo considererò come una straordinaria grazia e favore, perché ciò significherà che Voi, mio Dio, mi date occasione di soffrire per la giustizia e perché non volete che mi siano benevoli quelle persone che, come aperti nemici della Chiesa e della verità cattolica, non possono essere vostri amici. Tuttavia perdonate loro, Signore, poiché, o perché istigati dal demonio e accecati dal luccichio di una falsa dottrina, non sanno quello che fanno, o non vogliono saperlo.
Concedetemi comunque questa grazia, che in vita e in morte io renda sempre un’autorevole testimonianza della sincerità e fedeltà che debbo a Voi, alla Chiesa e alla verità, che non mi allontani mai dal vostro santo amore e che io sia in comunione con quelli che vi temono e che custodiscono i vostri precetti nella santa romana Chiesa, al cui giudizio con animo pronto e rispettoso sottometto me stesso e tutte le mie opere. Tutti i santi che, o trionfanti nel Cielo o militanti in terra, sono indissolubilmente uniti col vincolo della pace nella Chiesa cattolica, esaltino la vostra immensa bontà e preghino per me. Voi siete il principio e il fine di tutti i miei beni; a Voi sia in tutto e per tutto lode, onore e gloria sempiterna.
FONTE – http://www.centrostudifederici.org/preghiera-conservare-la-vera-fede/

 

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