Scritto e segnalato da Antonio Amorosi
Assolto magnate sentenza amianto Correggio. Cgil:“Tumori? Si sa dagli anni ’30
Caso Cemental. Nel Comune del cantante Ligabue decine di morti per mesotelioma. Assolto magnate dell’amianto a processo. Il caso spacca la sinistra.
Pellegrinaggio – In anticipo Numero 112 di Sursum Corda
– Comunicato numero 112. San Giovanni Battista e Gesù;
– Preghiera a San Gregorio di Nazianzo;
– San Tommaso: è necessario che il Re abbia abbondanza di ricchezze;
– Preghiera a San Michele Arcangelo sul Gargano;
– Gli anatemi del Concilio di Costantinopoli II, numeri 1 e 2;
– Vita e detti dei Padri del deserto: Padre Giovanni Nano (parte 6);
– Preghiera a San Stanislao, Vescovo e Martire;
– Dizionario di teologia dommatica. Il Fine ultimo;
– Preghiera a San Giovanni alla Porta Latina;
– Dizionario di teologia dommatica. I Fraticelli;
– Teologia Politica 101. Il bene comune;
– Racconti miracolosi n° 60. Quello che succede ad un morto senza battesimo.
Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi/e, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci alla potente intercessione di san Giovanni di Dio.
Ossequi, Carlo Di Pietro.
In Siria, bisogni umanitari enormi!
Segnalazione di Anna – Firmiamo.it!
I bisogni medici e umanitari sono enormi. Mancano medici, strutture e medicinali. Aiuta Medici senza Frontiere a continuare a fornire aiuti! Firma la petizione!
Vuoi darci una mano ancora più grande? Diffondi il più possibile questa petizione, inviando la mail ai tuoi amici o condividendo i link sui tuoi account social.
CONDIVIDI
"Inattuabile" è la narrativa sovranista o quella europeista?
di Maurizio Blondet

Fonte: Maurizio Blondet
Dunque Mattarella, a nome di un’oligarchia parassitaria che ha sfasciato economicamente il Paese con il suo servilismo a Berlino, ha messo in guardia in guardia noi cittadini e i nostri eletti contro “la narrativa sovranista” – e che fa? Subito dopo attacca con la nota “narrativa europeista”: superare i particolarismi, nessun paese ce la può far da solo, “ci vuole più integrazione” eccetera.
Bisogna che finalmente lui e quelli che ripetono questa solfa invecchiata, prendano in mano un libro, finalmente, che li aiuti a capire quanto la loro “narrativa” è fantastica e lontana dalla realtà.
Il libro può essere quello dell’ordinario di Politica Monetaria e Fiscale dell’università di Siena, Sergio Cesaratto , “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, doppie morali dell’euro” (Imprimatur, 124 pagine, 14 euro).
Il libro dimostra proprio quel che dice nel titolo, che la Germania infrange costantemente, e sempre a proprio vantaggio, le regole di una unione monetaria; che impone normative assurde, che avvicinano la destabilizzazione delle economie deboli, invece di scongiurarle; che vuole “ottenere la disciplina” dei paesi con alto debito, come l’Italia, “accrescendone la possibilità di una crisi finanziaria”, e pretende di “stabilizzare i mercati avvicinando il loro breaking point”, come ha scritto Walter Munchau del Financial Times, quindi è persino negativo a conseguire i fini che si propone, il risanamento e la prosperità.
Si tratta di capire che la Germania, “ossessionata dalle sofferenze bancarie” italiane, ha banche che, insieme alle francesi, hanno in pancia titoli tossici derivati per 6899 miliardi, ossia 12 volte le nostre sofferenze. L’Europa sembra avere una sola necessità e urgenza: come costringere l’Italia a ridurre il suo debito pubblico, facendo capire ai mercati che siamo potenzialmente insolventi (e quindi dovrebbero esigere da noi interessi più alti), quando in realtà da quasi 30 anni l’Italia mantiene un avanzo primario, ossia le sue entrate tributarie sono superiori alle spese per la pubblica amministrazione (una volta dedotti gli interessi passivi sul debito). Continua a leggere
L'eterno salvacondotto della Shoah
di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini
Che le dichiarazioni di Abu Mazen (gli ebrei sarebbero in qualche modo responsabili della Shoah) siano inaccettabili, come ha immediatamente dichiarato, fra gli altri, anche l’Unione Europea, non è nemmeno il caso di dirlo. Ci si chiede però, come ha fatto un lettore del Fatto (27.4), Mauro Chiostri, parlando dell’oggi e non del codificato ieri, se lo Stato di Israele non goda di uno speciale salvacondotto basato proprio sullo sterminio ebraico di tre quarti di secolo fa. E’ una domanda, per la verità, che si fanno in molti ma che non osano formulare pubblicamente nel timore di essere immediatamente bollati come antisemiti, negazionisti, razzisti, nazisti. Ma Israele è uno Stato e non va confuso con la comunità ebraica internazionale. In anni meno manichei di quelli che stiamo vivendo attualmente era la stessa comunità ebraica a non volere che si facesse una simile confusione. Ed era logico che così fosse. Perché Israele è uno Stato e, come tale, può compiere azioni criticabili, e anche nefande, ma non per questo ne deve rispondere, poniamo, un ebreo del ghetto di Roma. Oggi invece questa confusione esiste e Israele può compiere impunemente atti che ad altri Stati costerebbero l’indignata condanna, se non peggio, della cosiddetta ‘comunità internazionale’. Continua a leggere
Israele prepara la guerra?
di Alastair Crooke

Fonte: Aurora sito
Il generale Mattis dichiarava al Comitato delle forze armate del Senato degli Stati Uniti che crede che uno scontro militare tra Israele e Iran in Siria sia sempre più probabile: “Posso vedere come potrebbe iniziare, ma non sono sicuro quando o dove“. Questo non dovrebbe sorprendere. Chiunque sbirci attraverso la membrana della bolla occidentale, può vedere le principali dinamiche “colmarsi e rafforzarsi” in modo tale da chiudersi inesorabilmente su Israele. Diventa “inesorabile”: non tanto perché gli Stati del Medio Oriente desiderano la guerra (non la vogliono); ma perché Israele si sente culturalmente costretto a legarsi al presidente Trump e alla sua squadra di estremisti collocandosi a primo collaboratore nella “guerra” degli Stati Uniti per respingere Cina, Russia, Iran e farne del loro progetto commerciale un’entità inefficace ed indebolita. La retorica belluina di Pompeo e Bolton può sembrare un elisir inebriante per certi israeliani; ma semplicemente il Medio Oriente non è il posto in cui collaborare a tale nuova “guerra” ibrida statunitense contro le nuove dinamiche emergenti. Continua a leggere
Gli USA contro l'Iran: una scelta di campo che rivela la loro protervia
di Pietro Batacchi

Fonte: Rivista Italiana Difesa
Si è schierata con Sauditi ed Israeliani – ormai praticamente alleati – per arrestare la crescita dell’influenza iraniana in Medio Oriente avvenuta attraverso la guerra civile siriana, ma, prima ancora, non dimentichiamolo, per effetto della rimozione di Saddam e della disgregazione dell’Iraq sunnita volute dagli stessi Americani nel 2003. L’uscita dall’accordo, pertanto, potrebbe segnalare l’intenzione americana di passare dalla fase di contenimento passivo dell’Iran alla fase di contenimento attivo e, forse, di “roll back”, ovvero di recupero di “porzioni” di influenza entro il perimetro “persiano” progressivamente allargato da Teheran negli ultimi anni con una pragmatica strategia indiretta. Di sicuro, la decisione di Trump rafforza la fazione radicale del regime iraniano, che da mesi preme sulla Guida Suprema per reagire ai continui attacchi israeliani in Siria, a discapito della componente riformista, alle prese con una grave crisi economica interna che le nuove sanzioni non farebbero altro che inasprire. E poi ci sono le conseguenze sui rapporti transatlantici. Dopo gli accordi sul clima, le tensioni sui dazi e le politiche commerciali, gli USA si distanziano ancora una volta in maniera radicale dall’Europa che, nella fattispecie, marcia all’unisono affermando di voler continuare a rispettare l’accordo con l’Iran e rivendicandone funzionamento e benefici. Una differenza di vedute evidente che dimostra come gli Stati Uniti siano disponibili a far scivolare in secondo piano il rapporto transatlantico quando sono in gioco interessi ritenuti di loro primaria, ed esclusiva, rilevanza. Del resto, la nuova National Security Strategy di Trump è stata chiara su questo, così come nel sottolineare il mutamento dello scenario internazionale verso una nuova era di competizione tra potenze. Certo, le potenze “ostili” sono identificate nel documento con Cina e Russia, ma a leggere fra le righe si può scorgere un velato accenno anche all’Europa – in termini di competizione economico-industriale – rispetto alla quale gli USA hanno perso per effetto della Brexit il loro tradizionale strumento di influenza/interferenza, leggi il Regno Unito. La battaglia sulla vendita dell’F-35 alla Germania, combattuta a viso aperto pure nell’ultimo salone ILA berlinese, è lì a dimostrarlo. Infine, non meno importante, il piano delle conseguenze sull’Italia. Roma e Teheran sono legate da solidi rapporti commerciali, mai interrottisi neanche negli anni più bui del khomeinismo, e che con la parziale rimozione del regime sanzionatorio erano di nuovo sbocciati, in diversi settori: da quello energetico, a quello delle infrastrutture. La decisione di Trump li pregiudica nuovamente.
Israele e la sovversione di ogni equilibrio internazionale
di Paolo Sensini

Fonte: Paolo Sensini
Israele si conferma ancora una volta tra i maggiori vettori d’instabilità del Vicino e Medio Oriente: non solo ha sostenuto i tagliagole jihadisti di al-Nusra (al-Qa’ida in Siria) sulle Alture del Golan per propri calcoli strategici, ma effettua centinaia di attacchi missilistici e provocazioni contro i vicini siriani fin dagl esordi della cosiddetta Primavera Araba nel 2011. L’ultimo dei quali fatto l’8 maggio con lancio di missili contro una base siriana alla perferia Sud di Damasco. Adesso però che in Siria i suoi piani per sovvertire il regime di Assad si sono infranti contro il muro, Israele vuole a tutti i costi riaprire un altro fronte di guerra contro l’Iran. Con quali motivi? Semplice, perché come ha illustrato il premier Netanyahu la repubblica islamica starebbe portando avanti un programma di sviluppo atomico. Ma non c’è alcuna prova concreta a suffragio di questa tesi, salvo un certo numero di materiali trafugati dal Mossad in un deposito governativo iraniano risalenti al periodo 1999-2003. Così un eventuale attacco militare al Paese degli Ayatollah avrebbe buone probabilità di rivelarsi come una nuova edizione di quanto successo con le armi di distruzione di massa in Iraq. Da questo punto di vista la decisione unilaterale del presidente Trump di chiudere l’accordo internazionale sul nucleare iraniano, che peraltro non ha mai comportato la fine delle sanzioni contro la Repubblica islamica da parte degli Stati Uniti, è un suggello della manovra israeliana. Nel bel mezzo di questa sarabanda politico-mediatica che minaccia di trascinare il mondo nel baratro, c’è tuttavia un non-detto che i Paesi occidentali, ma anche gli alleati islamici d’Israele nella regione come l’Arabia Saudita, non si sognano certamente di denunciare: ossia che lo Stato ebraico si è costruito nei decenni passati un arsenale atomico di circa 250 testate nucleari, il tutto nel silenzio più assoluto e senza permettere che i suoi laboratori venissero mai ispezionati da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEIA). Ma il problema sono sempre gli arsenali degli “altri”, senza peraltro neppure uno straccio di prova concreta, mai quelli in possesso degli israeliani. Insomma l’ennesimo siparietto in cui il bue dice cornuto all’asino. Ma a forza di giocare col fuoco, può capitare di rimanere bruciati. E, a ben guardare, non ci siamo poi così lontani. Continua a leggere
Catechismo Maggiore di San Pio X – Dell’Ascensione del Signore
Chissà perché le chiamano Organizzazioni non governative, meglio conosciute con la sigla ONG?
di Paolo Sensini

Fonte: Paolo Sensini
Chissà perché le chiamano Organizzazioni non governative, meglio conosciute con la sigla ONG? La quasi totalità di esse sono infatti emanzioni dirette di Stati che, non potendo o volendo più entrare in prima persona come attori nei conflitti che scatenano ovunque, si sono inventati questa formula «umanitaria» che funziona decisamente meglio con lo storytelling giornalistico e televisivo. Prendiamo per esempio il caso dei fotogenici Caschi Bianchi, balzati agli onori della cronaca con la guerra in Siria. Cosa sappiamo di questi personaggi capeggiati da James Le Mesurier, già ufficiale dell’esercito inglese e funzionario dell’Intelligence Service di Sua Maestà? Che sono un gruppo pagato dal 2013 con circa 32 milioni di dollari dall’USAID, più altre decine ricevuti dai governi britannico, olandese, francese e delle immancabili feudo-monarchie del Golfo. Sono la capofila di una serie di cosiddette ONG, ma più proriamente OG (Organizzazioni governative), finanziate da Washington e Londra «per una transizione politica pacifica in Siria». E sottolineiamo pacifica. La stessa organizzazione, per capirci, che ha denunciato gli ultimi due «attacchi chimici contro i civili» addebitandoli al governo siriano, come quello nella periferia di Khan Sheikhoun nell’aprile del 2017 e l’ultimo del 4 aprile a Duma, alle porte di Damasco. Attacchi che, in entrambi i casi, prima ancora di stabilire la reale dinamica dei fatti sono stati oggetto di bombardamenti da parte della trimurti franco-inglese-statunitense. Quindi i Caschi bianchi, come centinaia di altre organizzazioni dello stesso tipo, non sono altro che una longa manus di governi e servizi segreti i quali non possono (o non vogliono) più arrivare direttamente con i propri militari sul terreno dello scontro. Una copertura, insomma, e neppure troppo ben riuscita, che da un po’ di anni viene usata sistematicamente negli scenari più infuocati. Ora i «volontari» coi caschetti bianchi denunciano un nuovo possibile attacco chimico contro i tagliagole jihadisti nella provincia di Idlib, a Nord-Ovest della Siria, addebitandone questa volta la responsabilità a un’incursione aerea dei russi. Vero, non vero, poco importa. Anche perché, come si è poi sempre verificato, non vi è mai stata alcuna responsabilità in attacchi chimici da parte di Bashar al-Assad, ma ormai i bombardamenti «punitivi» degli occidentali erano avvenuti e chi si è visto si è visto. Dopo l’esempio dei casi citati non ci vuole molto a immaginare quali potranno essere gli esiti del nuovo caso denunciato a Idlib, ma a forza di provocazioni potrebbe succedere che i russi decidano di rispondere pan per focaccia. E a quel punto è difficile immaginare quali saranno gli sviluppi. O forse ce l’immaginiamo benissimo. Continua a leggere
L'Italia: un futuro come "media potenza"
di Antonio Terrenzio

Fonte: Conflitti e strategie
Nel precendente articolo, avevamo accennato alla necessita’ di una ripresa del ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo e di maggior peso nell’area “euro/atlantica”.
L’Unione Europea, il medio oriente e il nord-Africa, sono i poli principali dove la nostra politica estera deve tornare ad evere un ruolo assertivo.
L’UE in particolare, vive un periodo storico di estrema debolezza: la crescita esponenziale dei partiti euroscettici a causa delle dissennate politiche migratorie, la rigidita’ economica e burocratica delle sue Istituzioni, ne hanno fortemente indebolito la struttura. Il Brexit e’ stata la prima importante conseguenza della crisi dell’impianto europeo.
L’Italia, quale paese fondatore dell’UE e sempre presente nei tavoli internazionali, G7 e Oraganizzazione delle Nazioni Unite, ha progressivamente perso peso strategico ed economico, man mano che l’unipolarismo statunitense andava estendendo la sua egemonia a tutto il globo. Continua a leggere
Fake News e verità indotte
di Enrica Perucchietti

Fonte: Italicum
Intervista a Enrica Perucchietti, autrice del libro “Fake News”, Arianna Editrice 2018, a cura di Luigi Tedeschi
- Secondo il pensiero di Walter Lippmann, la nostra percezione della realtà è condizionata da immagini, concetti, valori morali non acquisiti direttamente, ma trasmessici da altri. Pertanto, la narrazione dei fatti è necessariamente soggettiva, una rappresentazione della realtà formatasi attraverso stereotipi, assunti quali canoni interpretativi della realtà stessa. Nella fluidità della odierna comunicazione telematica quindi nuovi stereotipi si sostituiscono a vecchie forme di manipolazione della realtà. Occorre allora concludere che se la percezione della realtà è sempre mediata dal succedersi ininterrotto di stereotipi culturali nel tempo, ogni verità scaturisce da parametri selettivi di interpretazione della realtà stessa. In tal caso le post – verità virtuali della tecnologia mediatica, non finiscono per essere equiparate alle concezioni metafisiche del sapere filosofico e/o alle verità trascendenti proprie delle fedi religiose?
Il rischio esiste. Eppure la verità è una, con le sue infinite sfumature, al di là degli stereotipi o degli archetipi culturali che ognuno di noi ha ereditato o in cui è stato indottrinato. Concordo con il filosofo Alain De Benoist secondo cui l’intento della post-verità sarebbe quello di screditare la verità presentandola come un “grande racconto” al quale non si può più credere proprio perché ognuno si è costruito la propria verità soggettiva. Sarebbe il trionfo relativismo: tutto diventa “relativo”, virtuale e pertanto caotico. A questo punto di spaesamento collettivo ecco che il Potere garantisce l’esistenza della propria verità tramite l’azione di vigilanza dei media mainstream e delle leggi introdotte per garantire l’ordine. Si vuole cioè che ognuno di noi diffidi sempre più delle notizie che può trovare sul web anche qualora siano documentate e vere e più in generale dell’informazione alternativa per fare esclusivo riferimento alle notizie “certificate”: ci si deve affidare solo a quello che il Partito dice e ha deciso per tutti. Gli altri saranno complottisti, webeti e avvelenatori di pozzi. Continua a leggere
L'aborto spinge le donne verso il suicidio
Segnalazione Redazione BastaBugie
La depressione post partum è un’inezia rispetto alla sindrome post aborto, una tragedia taciuta e ignorata (VIDEO: testimonianza di chi ha abortito)
(LETTURA AUTOMATICA)
L’aborto volontario spinge le donne verso il suicidio.
National Right to Life torna a evidenziare le pubblicazioni scientifiche che concludono in modo univoco in tal senso.
La depressione post partum è proprio un’inezia rispetto alla sindrome post aborto: i numeri delle donne che arrivano a tentare o praticare il suicidio dopo una gravidanza sono evidenti. Oltre tutto la crisi dopo il parto si risolve nel giro di pochi mesi, mentre la sindrome post aborto può covare – e logorare – per anni prima di esplodere in tutta la sua virulenza. Soprattutto quando la donna nega a se stessa che l’aborto sia un male e che il suo bambino ne sia vittima innocente.
In Irlanda i pro choice chiedono insistentemente di consentire l’aborto quando la vita della madre è in pericolo, e perciò anche quando ella minacci il suicidio: come negli USA, prima della sentenza Roe vs. Wade che nel ’74 legalizzò l’aborto a richiesta. In molti Stati bastava che una donna incinta dichiarasse intenti suicidari per ottenere il certificato medico per abortire. Continua a leggere
4 azioni per fermare i Gay Pride
Segnalazione di Redazione BastaBugie
Altre notizie dal mondo gay (sempre meno gaio): trans nelle quote rosa, il ritratto di Oscar Wilde che la vulgata gay nasconde, in Belgio la Chiesa (conciliare, n.d.r.) dà l’ok agli atti gay
(LETTURA AUTOMATICA)
Dopo una serie di incontri con diverse amministrazioni comunali, è partita la macchina organizzativa dei vari gay pride, che sposteranno qualche migliaio di attivisti LGBT da una città all’altra della penisola.
Tuttavia, dopo i primi permessi, i sindaci di Genova e Trento hanno fatto opportune precisazioni: non potendo negare il permesso per l’occupazione dello spazio pubblico, la provincia di Trento ha negato il patrocinio al gay pride perché, secondo il suo presidente Ugo Rossi (autonomista, centro sinistra), «non apporta alcun contributo alla crescita e valorizzazione della società trentina».
Niente patrocinio anche dal Sindaco di Genova, Marco Bucci (civico, centro-destra) che ricorda come la propria amministrazione abbia fin da subito dichiarato di voler patrocinare solo «iniziative non divisive per la cittadinanza o comunque non offensive per qualsiasi fascia della popolazione genovese, avendo questa scelta anche un onere economico per la collettività».
È evidente che qualcosa sta cambiando: gli esponenti dei partiti hanno probabilmente capito che i voti della galassia LGBT sono minimi (a Bologna, nel 2017, soltanto 109 donatori) e fanno perdere voti, specialmente nelle piccole città di provincia.
Pertanto, le dichiarazioni dei due sindaci citati possono fornire indicazioni sul come fermare l’annuale caravanserraglio di bestemmie, oscenità, porcherie e irrisione della religione cattolica. Continua a leggere
Il presidente della Commissione Europea onora Marx
Segnalazione Corrispondenza Romana

Il Presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean Claude Juncker, si è recato il 5 maggio a Treviri – città di cui è cittadino onorario -, nel Palatinato, per commemorare i 200 anni dalla nascita di Karl Marx, pronunciando un discorso dinanzi alla statua del fondatore del comunismo, statua donata dalla Cina. Sarà accompagnato per l’occasione dal Presidente socialdemocratico della Renania-Palatinato, Malu Dreyer.
L’annuncio della singolare visita ha sollevato comprensibili, indignate proteste: Marion Smith, direttrice della Fondazione del Memoriale delle vittime del comunismo, ha scritto una lettera sferzante a Juncker, ricordando: «La filosofia di Karl Marx, una volta applicata, ha generato sofferenze tra le peggiori nella storia dell’umanità. Gli Stati marxisti, quali l’Unione Sovietica o la Cina comunista, sono direttamente responsabili di oltre cento milioni di morti, risultato della loro volontà delirante di mettere in pratica le idee utopiche di Marx».
La visita a Treviri del Presidente della Commissione europea, decisamente fuori luogo, non fa che alimentare caustici commenti sulle analogie tra l’Unione Sovietica e l’Unione Europea (T.M.).
Berlusconi è in agonia, ma rottamarlo ora è una missione (quasi) impossibile

Berlusconi è in agonia, ma rottamarlo ora è una missione (quasi) impossibile
Berlusconi, la pietra d’inciampo per l’accordo tra Lega e Cinque Stelle. Invecchiato, in un’Italia che non è più quella di Mediaset, indeciso. Il vero dramma del Cav va in scena in questi giorni. (di Alessandro Giuli, LEGGI)





