Lasciatevelo dire da uno che John Oliver lo conosce piuttosto bene, vivendo negli Stati Uniti da anni e seguendolo da quando lavorava al fianco di Jon Stewart al Daily Show.
Altro che: “è solo un comico!”.
La puntata di Oliver sull’Italia è un discorso politico: altrimenti non si spiegherebbe come mai chi lo ha condiviso lo abbia fatto non con lo spirito informale di chi vuole farsi quattro risate (“Hey raga, sentite quanto è forte questo!”) ma col piglio sacrale di chi sia appena entrato in possesso di un documento internazionale sconvolgente e si appresta a svelare la “Verità” a un popolo incapace di vedere oltre un velo di Maya tricolore.
La nota perversione freudiana degli italiani, che godono quando all’estero si parla male di loro per poter dare libero sfogo agli anatemi contro i connazionali (con la premessa, sia chiaro, che loro però sono diversi), c’entra fino a un certo punto.
Negli ultimi tempi, tutte le testate American venerate in Europa come depositarie della Verità Assoluta quali il
New York Times, il
New Yorker o il
Washington Post si sono occupate di Italia, raccontando ora di un Paese sottomesso alle fake news di Putin, ora preda di una nostalgia canaglia del fascismo in forza della quale si rifiuta di abbattere a calci gli edifici costruiti durante il Ventennio, ora immorale a tal punto da ostinarsi a voler processare chi è accusato di una molestia sessuale in tribunale e non su un giornale.
Eppure,
tali contenuti hanno avuto nel nostro Paese una circolazione assai modestae perfino l’analisi di un personaggio autorevole come l’ex direttore dell’Economist Bill Emmot è stata accolta con un’alzata di spalle.
Pur parlando delle stesse cose– fake news, fascismo e bunga-bunga come mali principali del Paese – Oliver invece spacca lo schermo e tracima sui
feed di decine di migliaia di persone che lo rilanciano con lo stesso piacere con cui la Binetti indossava il cilicio.
La velocità del racconto, i tempi comici perfetti, le battute alternate a numeri, dati, fonti autorevoli:
unendo il divertimento alla riflessione, il monologo di Oliver è una summa di quel “divertimento impegnato” che è un po’ la formula magica della società dello spettacolo di oggi, e che consente di cavarsela sempre, anche davanti a certi monumentali strafalcioni che mai sarebbero tollerati al giornalismo (figuriamoci alla politica).
Per esempio: a un certo punto,
Oliver mostra una foto di Trump in compagnia di Salvini – appena introdotto al pubblico come un fascista voglioso di pulizie etniche – presentandola come la prova di un
endorsement di The Donald al Felpa di Ferro. Del resto, prosegue il conduttore, non c’è da stupirsi: Trump è “il Forrest Gump della miseria umana”.
La battuta è fantastica, il pubblico in sala esplode in una risata e così fa quello a casa.
Peccato che il tutto sia una fake news, architettata dallo stesso Salvini.
Come raccontato da tutti i giornali progressisti all’epoca (qui la
Repubblica) Trump non aveva idea di chi fosse quel tizio al suo fianco, almeno al tempo della foto. Si trattava di una “
photo opportunity” dove chiunque poteva approfittare per fotografarsi con l’allora candidato Presidente. Forte del suo passato da celebre imbucato nella Milano da bere, Salvini non se lo era fatto ripetere due volte, e
ottenuto il prezioso scatto, se l’era rivenduto sui social spacciandolo per un’endorsement, per poi essere fantozzianamente smascherato dall’Hollywood Reporter.
Una figura barbina per Salvini, ma un fatto che poco o nulla ha a che vedere con Trump: eppure nel racconto di Oliver ecco che il Presidente Americano e il leader della Lega, accusato di fascismo, diventano amiconi.