Per un'azione politica e sociale integralmente cattolica

Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnalazione del Centro Studi Federici
di Umberto Bianchi

Fonte: Ereticamente
In Italia è oramai divenuta prassi ordinaria, di fronte a tutte quelle tensioni e fibrillazioni politiche che rischiano di mettere in pericolo l’establishment, tirare fuori da un impolverato cilindro, lo spelacchiato coniglio di un vittimismo antifascista “ad usum delphini”. I coribanti del “politically correct” con il loro agitarsi e strillare, sembrano, però, essersi lasciati lungo la strada un qualcosa di macroscopico. Nel lungo fluire delle umane vicende, se qualcuno non se ne sia ancora accorto, a far la Storia non è mai, o quasi, un solo e monotematico attore, ma, più e più parti, contornate da una serie di elementi e contesti, di cui bisognerebbe ben tener conto, prima di vomitare banalità, falsità e distorsioni che, statene pur certi, oltre a non aiutare ad avere un quadro chiaro ed esauriente del tutto, finiscono, invece, con il fare il giuoco dell’establishment dei vari poteri costituiti, a cui tutto interessa, meno che vari popoli abbiano una chiara coscienza storica, in grado di fornir loro una guida per il presente ed il futuro.
E così è con le vicende dell’ultimo conflitto mondiale. S. Anna di Stazzema ha sicuramente rappresentato un tremendo ed esecrabile episodio, al pari delle terribili vicissitudini di Auschwitz. Nessuno però, sembra volersi interessare alle “altre” vittime. A quelle, tanto per parlar chiaro, dei democraticissimi vincitori anglo americani e compagnia bella. Ora, a voler proprio essere fiscali, se è vero quel che i vari storici vanno affermando sul numero di sei e più milioni di morti, causati dal Nazismo, tra deportati di religione israelita ed altri gruppi, oltre alle vittime civili causate dalle azioni belliche, rappresaglia e compagnia varia, è altrettanto vero, però, che, tanto per fare un piccolo esempio, Stalin di morti “civili” ne provocò approssimativamente una quarantina di milioni, deportando e sterminando amorevolmente i “kulaki” (ovverosia quei piccoli proprietari agrari che mal vedevano l’opera di collettivizzazione forzosa da quest’ultimo intrapresa a loro danno, senza se e senza ma…sic!), oltre a Cosacchi, Ucraini, Ceceni, Lituani, Estoni, Lettoni, Polacchi, Mongoli, senza poi contare la simpaticissima pratica delle periodiche “purghe” a cui il buon “Baffone” sottoponeva i propri sottoposti, oltre agli stessi militari dell’Armata Rossa, che in pieno conflitto, oltre a dover sopportare il tremendo urto delle truppe dell’Asse, tra purghe e purghette, finì con il ritrovarsi, varie volte, sull’orlo di una catastrofica sconfitta, proprio a causa del perseverare di questa pratica. Continua a leggere
di Israel Shamir

Fonte: Comedonchisciotte
Il miglior Primo Ministro che il paese abbia mai avuto. Così Netanyahu viene chiamato dai suoi numerosi sostenitori. È il più longevo, dai tempi di Ben Gurion, fondatore dello stato ebraico; è in carica da più tempo di Putin. Ma ora sembra che stia per fare la stessa fine del suo predecessore Olmert, rilasciato dal carcere solo sei mesi fa dopo esser stato condannato per corruzione ed ostruzione della giustizia. Ora è il turno di Netanyahu di assaggiare la sbobba della galera, invece del rosé a cui è tanto affezionato. O non è così?
La storia del Primo Ministro israeliano dovrebbe suonare familiare alle orecchie americane. Ronny Alsheich, capo della polizia israeliana, ha combattuto Bibi con la stessa acrimonia con cui Mueller ha combattuto Trump, con i media israeliani schieratisi con la polizia contro Netanyahu, come il New York Times con l’FBI. Ogni accusa è stata divulgata alla stampa ben prima dell’udienza in tribunale. Al pubblico sono state date in pasto continue accuse. Non solo il premier, ma anche sua moglie, donna dai modi duri ed avari, è stata incessantemente attaccata. Continua a leggere
di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani
La sinistra ritrova la sua unità quando si divide dagli italiani. È capitato l’altro giorno con le manifestazioni antifasciste, quando tutti – Renzi e D’Alema, Gentiloni e i centri sociali, Grasso e l’Anpi – si sono ritrovati assieme per celebrare un rito surreale, una seduta spiritica di piazza, cercando il Nemico Morto per ravvivare l’unità.
Ma in questo modo si sono separati dalla realtà, dal presente e dagli italiani che considerano davvero grottesca e anacronistica la sfida antifascista a un presunto fascismo rinato.
In realtà il neofascismo accompagna la nostra democrazia dalla sua nascita, nella doppia versione di neofascismo intramoenia, ovvero rappresentato in parlamento, e neofascismo extramoenia, ossia diffuso fuori dal parlamento. L’allarme viene evocato surrettiziamente da settant’anni, con ciclici punti acuti e ridicoli allarmismi.
Ma lasciamo stare la soap antifascista in malafede.
Vediamo cos’è oggi la sinistra. A parte i coriandoli della sinistra diffusa, c’è una sinistra di governo e una di risulta. Quest’ultima ha preso il nome di Liberi e Uguali. Continua a leggere
di Marcello Foa

Fonte: Marcello Foa
Da qualche anno le elezioni si decidono allo sprint finale, nell’ultima settimana, confidando negli umori del cosiddetto “elettore liquido” ovvero quella parte dell’elettorato che è decisa ad andare alle urne ma non è motivata da convinzioni profonde. L’altro giorno, ad esempio, in un bar di Milano sentivo due giovani , seduti di fianco a me, che erano indecisi se votare Salvini o la Bonino. Com’è possibile? Direte voi. L’alternativa è estrema e profondamente contraddittoria ma plausibile in quella parte dell’elettorato che non segue costantemente la politica ma matura i giudizi orecchiandoli qui e là e che alla fine, senza ammetterlo pubblicamente e men che meno a se stesso, vota in maniera istintiva e subliminale, convinta dalla personalità del leader politico, più che dalle sue idee, dalla capacità di riconoscersi in lui o da un solo aspetto del suo programma.
Sia chiaro: la maggior parte degli italiani a questo punto ha già deciso ed è signficativo che i sondaggi da settimane registrino oscillazioni minime; però proprio perché l’esito sembra scontato, saranno proprio gli elettori liquidi a determinare le grandi svolte di queste elezioni, quattro in particolare:
– Il Movimento 5 Stelle finirà sopra il 28%?
– Il Pd chiuderà sotto il 20%
– Il centrodestra otterrà la maggioranza assoluta o solo quella relativa?
– Chi finirà in testa, la Lega o Forza Italia? Continua a leggere

Dire che Trump ha endorsato Salvini quando la realtà di quella foto è un’altra, vuol dire sfruttare di proposito l’indignazione social, la mammella da cui i populisti di ogni colore si abbeverano, per aumentare le views. Esattamente come citare le fake news o il ritorno del fascismo – al posto della mafia o della disoccupazione giovanile – come problemi principali dell’Italia
Funziona un po’ come con le puntate di “Report” o i servizi delle “Iene”: quando non conosciamo nulla dell’argomento trattato, ci indigniamo e vorremmo menare l’intervistato. Quando invece abbiamo anche solo un’infarinatura restiamo stupefatti davanti alla faziosità dell’intervistatore.
Non sarebbe un problema se vivessimo negli anni ’70, quando il linguaggio dello spettacolo e quello della politica viaggiavano su binari distinti e separati; è invece un problema serissimo oggi, in un’epoca in cui il dibattito politico avviene sui social, senza alcun tipo di filtro, e i linguaggi sono tutti mescolati tra di loro
il problema non è la critica all’Italia e alla campagna elettorale peggiore della Storia dell’Occidente – che da queste parti si è criticata senza fare sconti a nessuno. Anzi: Dio solo sa quanto il Paese ne abbia bisogno e quanto la mancanza della stessa sia causa della situazione attuale.
Il problema, però, è quando le critiche sottomettono i fatti a una tesi precostituita per meglio compiacere il pubblico di riferimento, a prescindere dalla finalità dell’operazione. Quando ciò accade, si esce dalla dimensione della critica per entrare in un mondo assai meno nobile: quello del populismo
Scritto e segnalato da Antonio Amorosi
Farinetti usa i bus della Regione
Solo 6 passeggeri a corsa sui bus pubblici per FICO. Proteste M5S per lo spreco

Segnalazione di Corrispondenza Romana

I timori si sono tramutati in realtà: ieri per la prima volta, a distanza di una settimana dai fatti, il presidente nigeriano, Mauhammadu Buhari, ha riconosciuto che almeno 110 alunne della Girls Science Secondary School di Dapchi, nel nord-est del Paese, sono state effettivamente rapite da Boko Haram nel corso dell’attacco sferrato lo scorso 19 febbraio. La notizia è stata data durante un incontro con una delegazione di ex-ostaggi del gruppo jihadista, rilasciati all’inizio del mese: «Ho ordinato a tutte le agenzie di sicurezza del Paese di tutelare le nostre scuole – ha dichiarato il Capo di Stato – e di ridare alle loro famiglie le ragazze sequestrate».
In un primo tempo le autorità avevano negato l’ipotesi del rapimento, ipotizzando che semplicemente potessero essersi disperse nei villaggi vicini, per sfuggire alla furia omicida dei terroristi islamici. Si è dunque ripetuto purtroppo quanto accaduto a Chibok nell’aprile 2014: all’epoca furono 276 le liceali finite ostaggio di questa banda criminale. Muhammadu Buhari venne eletto l’anno successivo con la promessa di riportarle a casa e di sradicare il gruppo jihadista. Una parte, effettivamente, rientrò, dietro concessione di lauti riscatti e di rilasci di pericolosi prigionieri.
Ora però il governatore dello Stato di Yobe, dove è avvenuto il nuovo blitz, ha criticato l’assenza di sicurezza nel suo territorio ed ha evidenziato come a Dpachi, al momento dell’assalto, non vi fosse alcun presidio militare. Boko Haram, dal 2009, ha già provocato oltre 20 mila morti e 2,6 milioni di sfollati. Continua a leggere

Sembrano non avere fine i furti di armi all’interno delle basi militari israeliane. Soltanto nel 2017 la base di Tzeelim, nel deserto del Negev, ha subito più di cinquanta furti tra fucili, munizioni, esplosivi e perfino qualche veicolo militare. Secondo l’intelligence israeliana dietro queste azioni ci sarebbero bande di beduini che entrano indisturbati all’interno dei centri di addestramento dell’Idf travestiti da soldati. L’amministrazione israeliana si è detta “molto preoccupata per queste sottrazioni di armamenti che potrebbero finire in mano non solo a criminali ma anche a gruppi affiliati al jihadismo internazionale”.
Per contrastare queste bande di “predoni del deserto” il comitato ministeriale dell’esercito ha approvato lo scorso gennaio un disegno di legge che aumenterebbe drasticamente le pene detentive per coloro che vengono scoperti a rubare armi dalle basi dell’Idf.
“Chi ruba armi lo usa per il crimine e il terrorismo e costituisce un pericolo diretto per la sicurezza dei cittadini”, ha sostenuto Anat Berko, membro del Likud e promotore del Disegno di Legge.
Milioni di shekels sono quindi stati destinati alle forze armate per prevenire questa inquietante ondata di furti. Già da qualche mese alcune unità speciali della polizia di frontiera operanti sotto copertura (lo Yamas) hanno iniziato a smantellare la rete di criminali. Secondo il quotidiano israeliano The Times of Israel, nell’area desertica attorno a Beer-Sheva avvengono arresti quasi ogni notte. Il comandante in capo dell’Idf, Gadi Eizenkot stanno nel frattempo pensando a come migliorare la sicurezza della base militare di Tzeelim. Copn ogni probabilità verranno installate nuove recinzioni con cancelli e telecamere di sorveglianza; non si esclude, tra le altre cose, l’utilizzo di mezzi aerei come droni, per sorvegliare la zona e raccogliere informazioni sui campi beduini sparpagliati per tutto il deserto. La notizia dei furti all’interno delle basi militari è balzata agli onori della cronaca dopo che un gruppo di riservisti, stufi delle continue rapine, ha lanciato una campagna mediatica intitolata “Ending the Lawlessness in Tzeelim”. Il portavoce di questi riservisti, Arik Greenstein, ha denunciato al Ministero della Difesa della Knesset di come le regole di ingaggio imposte alle nuove reclute impediscano qualsiasi forma di difesa della base di fronte a questi attacchi. Continua a leggere