Netanyahu sotto assedio

di Israel Shamir
Netanyahu sotto assedio
Fonte: Comedonchisciotte
Il miglior Primo Ministro che il paese abbia mai avuto. Così Netanyahu viene chiamato dai suoi numerosi sostenitori. È il più longevo, dai tempi di Ben Gurion, fondatore dello stato ebraico; è in carica da più tempo di Putin. Ma ora sembra che stia per fare la stessa fine del suo predecessore Olmert, rilasciato dal carcere solo sei mesi fa dopo esser stato condannato per corruzione ed ostruzione della giustizia. Ora è il turno di Netanyahu di assaggiare la sbobba della galera, invece del rosé a cui è tanto affezionato. O non è così?
La storia del Primo Ministro israeliano dovrebbe suonare familiare alle orecchie americane. Ronny Alsheich, capo della polizia israeliana, ha combattuto Bibi con la stessa acrimonia con cui Mueller ha combattuto Trump, con i media israeliani schieratisi con la polizia contro Netanyahu, come il New York Times con l’FBI. Ogni accusa è stata divulgata alla stampa ben prima dell’udienza in tribunale. Al pubblico sono state date in pasto continue accuse. Non solo il premier, ma anche sua moglie, donna dai modi duri ed avari, è stata incessantemente attaccata. Continua a leggere

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John Oliver come Beppe Grillo: ecco perché i comici sono i nuovi politici (e sono pericolosi)

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Il metodo John Oliver è esattamente lo stesso usato 10 anni fa dal comico ligure. Ipnotizzare la folla per vendere la propria merce. Ottenere consenso, lasciando dietro di sé soltanto macerie

Lasciatevelo dire da uno che John Oliver lo conosce piuttosto bene, vivendo negli Stati Uniti da anni e seguendolo da quando lavorava al fianco di Jon Stewart al Daily Show.
Altro che: “è solo un comico!”. La puntata di Oliver sull’Italia è un discorso politico: altrimenti non si spiegherebbe come mai chi lo ha condiviso lo abbia fatto non con lo spirito informale di chi vuole farsi quattro risate (“Hey raga, sentite quanto è forte questo!”) ma col piglio sacrale di chi sia appena entrato in possesso di un documento internazionale sconvolgente e si appresta a svelare la “Verità” a un popolo incapace di vedere oltre un velo di Maya tricolore.
La nota perversione freudiana degli italiani, che godono quando all’estero si parla male di loro per poter dare libero sfogo agli anatemi contro i connazionali (con la premessa, sia chiaro, che loro però sono diversi), c’entra fino a un certo punto.
Negli ultimi tempi, tutte le testate American venerate in Europa come depositarie della Verità Assoluta quali il New York Times, il New Yorker o il Washington Post si sono occupate di Italia, raccontando ora di un Paese sottomesso alle fake news di Putin, ora preda di una nostalgia canaglia del fascismo in forza della quale si rifiuta di abbattere a calci gli edifici costruiti durante il Ventennio, ora immorale a tal punto da ostinarsi a voler processare chi è accusato di una molestia sessuale in tribunale e non su un giornale.
Eppure, tali contenuti hanno avuto nel nostro Paese una circolazione assai modestae perfino l’analisi di un personaggio autorevole come l’ex direttore dell’Economist Bill Emmot è stata accolta con un’alzata di spalle.
Pur parlando delle stesse cose– fake news, fascismo e bunga-bunga come mali principali del Paese – Oliver invece spacca lo schermo e tracima sui feed di decine di migliaia di persone che lo rilanciano con lo stesso piacere con cui la Binetti indossava il cilicio.
La velocità del racconto, i tempi comici perfetti, le battute alternate a numeri, dati, fonti autorevoli: unendo il divertimento alla riflessione, il monologo di Oliver è una summa di quel “divertimento impegnato” che è un po’ la formula magica della società dello spettacolo di oggi, e che consente di cavarsela sempre, anche davanti a certi monumentali strafalcioni che mai sarebbero tollerati al giornalismo (figuriamoci alla politica).
Per esempio: a un certo punto, Oliver mostra una foto di Trump in compagnia di Salvini – appena introdotto al pubblico come un fascista voglioso di pulizie etniche – presentandola come la prova di un endorsement di The Donald al Felpa di Ferro. Del resto, prosegue il conduttore, non c’è da stupirsi: Trump è “il Forrest Gump della miseria umana”.
La battuta è fantastica, il pubblico in sala esplode in una risata e così fa quello a casa. Peccato che il tutto sia una fake news, architettata dallo stesso Salvini.
Come raccontato da tutti i giornali progressisti all’epoca (qui la Repubblica) Trump non aveva idea di chi fosse quel tizio al suo fianco, almeno al tempo della foto. Si trattava di una “photo opportunity” dove chiunque poteva approfittare per fotografarsi con l’allora candidato Presidente. Forte del suo passato da celebre imbucato nella Milano da bere, Salvini non se lo era fatto ripetere due volte, e ottenuto il prezioso scatto, se l’era rivenduto sui social spacciandolo per un’endorsement, per poi essere fantozzianamente smascherato dall’Hollywood Reporter.
Una figura barbina per Salvini, ma un fatto che poco o nulla ha a che vedere con Trump: eppure nel racconto di Oliver ecco che il Presidente Americano e il leader della Lega, accusato di fascismo, diventano amiconi.

Dire che Trump ha endorsato Salvini quando la realtà di quella foto è un’altra, vuol dire sfruttare di proposito l’indignazione social, la mammella da cui i populisti di ogni colore si abbeverano, per aumentare le views. Esattamente come citare le fake news o il ritorno del fascismo – al posto della mafia o della disoccupazione giovanile – come problemi principali dell’Italia

Uno show come quello di Oliver è scritto e controllato da una ventina di writers e producers che rappresentano il meglio a livello mondiale; lui stesso ha più volte raccontato dell’estenuante lavoro di ricerca (“I basically have to watch everything”) a cui si sottopone settimanalmente. È impossibile, quindi, che si sia trattato di una svista, così come è impossibile che in redazione ignorassero il funzionamento del sistema politico parlamentare italiano; o che non sapessero che “Striscia la Notizia” non è solo il programma delle veline ma anche quello dove una donna, l’inviata Stefania Petyx, viene minacciata dalla mafia per i suoi servizi contro la mafia fatti per Striscia; o che la “pasta primavera” sia un piatto tipico da Fiorello, il covo di italoamericani davanti al Lincoln Center di New York a due passi dagli studios, ma non così popolare nei ristoranti del Belpaese.
Semplicemente, questi fatti non erano utili al racconto comico, non erano funzionali ai tempi televisivi e sono stati quindi sapientemente omessi (“pettinati”, come direbbe Carlo Freccero) per venire incontro alle esigenze degli autori del programma.
Funziona un po’ come con le puntate di “Report” o i servizi delle “Iene”: quando non conosciamo nulla dell’argomento trattato, ci indigniamo e vorremmo menare l’intervistato. Quando invece abbiamo anche solo un’infarinatura restiamo stupefatti davanti alla faziosità dell’intervistatore.
Non sarebbe un problema se vivessimo negli anni ’70, quando il linguaggio dello spettacolo e quello della politica viaggiavano su binari distinti e separati; è invece un problema serissimo oggi, in un’epoca in cui il dibattito politico avviene sui social, senza alcun tipo di filtro, e i linguaggi sono tutti mescolati tra di loro.
Fa nulla che l’autore non abbia intenzione di produrre un discorso politico: nel momento in cui personaggi dello spettacolo entrano quotidianamente in politica sfruttando il capitale di visibilità guadagnato altrove (esattamente come Trump) allora ogni discorso che tratta di politica diventa – purtroppo per il comico – politico, perché come tale viene recepito. Esattamente il motivo per cui da noi trasmissioni del genere si guardano bene dall’ospitare politici o personaggi controversi.
Non si tratta di un tema esattamente nuovo, perlomeno negli USA: nel 2006 uno studio dell’Indiana University (citato nella pagina di Wikipedia del Daily Show) dimostrava che la quantità di informazioni prodotte dalla trasmissione comica(simile a quella che oggi Oliver conduce su HBO) e dai principali telegiornali nazionali era esattamente la stessa.

Funziona un po’ come con le puntate di “Report” o i servizi delle “Iene”: quando non conosciamo nulla dell’argomento trattato, ci indigniamo e vorremmo menare l’intervistato. Quando invece abbiamo anche solo un’infarinatura restiamo stupefatti davanti alla faziosità dell’intervistatore.
Non sarebbe un problema se vivessimo negli anni ’70, quando il linguaggio dello spettacolo e quello della politica viaggiavano su binari distinti e separati; è invece un problema serissimo oggi, in un’epoca in cui il dibattito politico avviene sui social, senza alcun tipo di filtro, e i linguaggi sono tutti mescolati tra di loro

Nel 2009, un sondaggio del Time chiedeva quale fosse il mezzobusto più autorevole dei telegiornali americani: Jon Stewart vinse con il 44% dei voti, il 15% in più di quello arrivato secondo.
Nel 2016 Jimmy Fallon venne letteralmente massacrato, con tanto di minacce di morte, per un’intervista a Trump in cui veniva accusato del terribile misfatto di “renderlo simpatico”.
Non male per programmi che dovrebbero essere semplicemente “comici”, no?
Intendiamoci: il problema non è la critica all’Italia e alla campagna elettorale peggiore della Storia dell’Occidente – che da queste parti si è criticata senza fare sconti a nessuno. Anzi: Dio solo sa quanto il Paese ne abbia bisogno e quanto la mancanza della stessa sia causa della situazione attuale.
Il problema, però, è quando le critiche sottomettono i fatti a una tesi precostituita per meglio compiacere il pubblico di riferimento, a prescindere dalla finalità dell’operazione. Quando ciò accade, si esce dalla dimensione della critica per entrare in un mondo assai meno nobile: quello del populismo.
E infatti – per un beffardo contrappasso – chi ha guardato Oliver e oggi pensa che Trump e Salvini siano amici, magari complimentandosi per “lo straordinario lavoro di fact-checking degli americani”, in realta’ e’ rimasto vittima, proprio a causa di Oliver, della fake-news cucinata dal leader leghista (vanificando l’italico fact-checking fatto da Repubblica: che beffa!).

il problema non è la critica all’Italia e alla campagna elettorale peggiore della Storia dell’Occidente – che da queste parti si è criticata senza fare sconti a nessuno. Anzi: Dio solo sa quanto il Paese ne abbia bisogno e quanto la mancanza della stessa sia causa della situazione attuale.
Il problema, però, è quando le critiche sottomettono i fatti a una tesi precostituita per meglio compiacere il pubblico di riferimento, a prescindere dalla finalità dell’operazione. Quando ciò accade, si esce dalla dimensione della critica per entrare in un mondo assai meno nobile: quello del populismo

Dire che Trump ha endorsato Salvini quando la realtà di quella foto è un’altra, vuol dire sfruttare di proposito l’indignazione social, la mammella da cui i populisti di ogni colore si abbeverano, per aumentare le views. Esattamente come citare le fake news o il ritorno del fascismo – al posto della mafia o della disoccupazione giovanile – come problemi principali dell’Italia.
Il metodo John Oliver, quel prendere fatti verosimili e mischiarli a fatti veri, presentandoli in maniera divertente, è esattamente lo stesso usato 10 anni fa da un altro comico, dotato di un talento diverso ma ugualmente portentoso come quello del conduttore britannico.
Beppe Grillo alternava battute esilaranti (“Lo Psiconano”) a fatti reali (la cronaca giudiziaria sempre ricca di scandali) raccontando una realtà iper-semplificata, dove ogni dettaglio non funzionale al suo racconto veniva ignorato di proposito; tuttavia, grazie alla sua abilità da intrattenitore, ipnotizzava le folle fino a rendere il proprio racconto più vero del vero, e grazie a questo meccanismo ha semplicemente costruito dal nulla il primo partito italiano.
Che lo si usi in una piazza italiana o in uno studio televisivo di Manhattan, che a farlo sia un burbero genovese sudato o un suddito di Sua Maestà in giacca e cravatta, che la finalità sia creare un Movimento o fare milioni di dollari con le views di Youtube, la sostanza non cambia: si mira alla pancia della gente per vendere la propria merce.
E poi si gode dei risultati ottenuti, mentre intorno si lasciano macerie.

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Quella vendita fantasma di terreni con sindaco Delrio

Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Quella vendita fantasma di terreni quando faceva il sindaco Delrio

Leggi l’inchiesta esclusiva di Antonio Amorosi a pag. 3 de La Verità di oggi 28 febbraio in edicola

Da una pratica sospetta una risposta alle domande del processo Aemilia*? Tra rivelazioni e conti che non tornano uno scenario sconosciuto della città guidata dal ministro Graziano Delrio, allora sindaco, e dalla sua dirigente all’urbanistica Maria Sergio nata a Cutro (provincia di Crotone) e moglie del sindaco attuale del Pd Luca Vecchi.

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Gli islamici pro ius soli: "Votate Pd, Allah vi vede"

La moschea di Segrate si schiera con la sinistra: i musulmani non devono perdere questa occasione
di Alberto Giannoni
Per chi votare? Dall’alto del minareto di Milano arriva chiara e forte un’indicazione. Anzi, di più, un «suggerimento, quasi precetto», rivolto a «musulmani elettori, loro famiglie e parentele votanti».
E il «quasi precetto» è questo: «Votare per chi ha sostenuto lo ius soli, in modo da partecipare alla formazione della maggioranza che Allah volendo lo approverà nella nuova legislatura». Così, in vista del voto, scende in campo la moschea di Segrate (l’unica ufficiale «ufficiale» del Milanese) che nel suo bollettino si rivolge a «musulmani, familiari e amici», e li avverte che «hanno un interesse fondamentale a recarsi alle urne e nel segreto della cabina, dove nessuno, tranne Allah, rifulga lo splendore della sua luce, li vede esprimere oculatamente su scheda valida il voto, mettendo la X sul simbolo di partiti…» favorevoli allo ius soli.
Fra i beneficiari dell’endorsement non c’è sicuramente il centrodestra, c’è ovviamente la sinistra, ma anche i 5 Stelle riscuotono grandi simpatie fra molti leader musulmani e allo ius soli non erano contrari. Quanto al Partito democratico, proprio il centro islamico di Milano e Lombardia ha ospitato a Segrate pochi giorni fa un incontro con il segretario milanese dei renziani Pietro Bussolati, accompagnato dalla consigliera comunale Sumaya Abdel Qader. Ad accoglierli non solo fedeli – rigorosamente donne da una parte e uomini dall’altra – ma soprattutto il fondatore-imam Ali Abu Shwaima, noto per aver giudicato sconveniente per una donna andare in bici, oltre che per la partecipazione a uno dei cortei filopalestinesi di Milano, a dicembre, quando invocò l’intifada contro i progetti statunitensi su Gerusalemme. Continua a leggere

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Erdogan re del Mediterraneo. Eni costretta a lasciare Cipro

di Gian Micalessin
Erdogan re del Mediterraneo. Eni costretta a lasciare Cipro
Fonte: Il Giornale
Sconfitti e umiliati. A far girare il bollettino della disfatta italiana ci pensa il governo di Nicosia annunciando che Saipem 12000, la nave da ricerca dell’Eni bloccata dalla marina militare turca al largo di Cipro è «costretta a tornare indietro».
Un eufemismo dietro il quale si nasconde la triste realtà di un Mediterraneo assoggettato alla volontà del sultano Erdogan. Un sultano che ci ha imposto con prepotenza politica e tracotanza militare l’abbandono di quel blocco 3 della zona economica esclusiva di Cipro dove l’Eni era impegnata a cercare nuovi pozzi di gas su mandato di Nicosia. Un sultano contro il quale non hanno trovato il coraggio di alzare la voce né l’Italia, né l’Europa, né l’Onu. Ma partiamo dall’Eni. Prenderla a esempio della debolezza dell’Italia è fuori luogo.
L’Eni è sicuramente lo scrigno di molti e importanti interessi nazionali. E le sue prospezioni e le sue ricerche contribuiscono a garantire il fabbisogno energetico nazionale. Ma l’Eni è soprattutto un’azienda e deve render conto in primis ai suoi azionisti. Il piratesco arrembaggio di una Turchia pronta a muovere le sue fregate e a decretare un blocco navale mascherato da esercitazione militare costava all’Eni circa 600mila dollari al giorno. Proseguire in questa situazione in assenza di assicurazioni politico-diplomatiche da Roma – e soprattutto da Bruxelles e dall’Onu – veri garanti della legittimità della Zona Economica Esclusiva di Cipro – era impossibile. Più i giorni passavano e più i costi diventavano insostenibili. Continua a leggere

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I bambini si possono vivisezionare, congelare e uccidere, ma le aragoste no!

Segnalazione di Redazione BastaBugie

I figli si possono uccidere prima della nascita per mancanza di nutrimento (RU 486) o anche smembrati pezzo a pezzo (aborto chirurgico), ma le aragoste (poverine!) non si possono bollire e se vengono commerciate, devono viaggiare in acqua salata, a pena di multa (anch’essa salata!)
da Notizie Provita

(LETTURA AUTOMATICA)
I bambini si possono uccidere prima della nascita con l’aborto. Spesso in modo crudele, smembrati pezzo a pezzo. Con l’aborto in pillole (RU 486) i bambini muoiono per mancanza di nutrimento nel seno materno. I bambini allo stato embrionale si possono montare e smontare, congelare scongelare, e vivisezionare…ma le aragoste, no: non si possono bollire. E se vengono commerciate, devono viaggiare in acqua salata – a pena di multa, anch’essa salata.
Lo racconta Wesley J. Smith, sul suo blog Human Exeptionalism. Accade in Svizzera, che ha seguito la Nuova Zelanda e alcuni altri Paesi nel mettere fuori legge le aragoste in bellavista. Il motivo? Le povere aragoste possono provare dolore, quando vengono gettate vive nell’acqua bollente (anche se i bravi crostacei non hanno un cervello che gli consenta di elaborare gli stimoli).
La Svizzera tempo fa ha modificato la propria costituzione per riconoscere la dignità individuale delle piante. Non degli ecosistemi. Dignità individuale delle piante. Un comitato di bioetica, incaricato di spiegare le ragioni della cosa, ha dichiarato che poiché le piante condividono con noi umani dei tratti biochimici a livello cellulare, è immorale “decapitare” un fiore di campo. Continua a leggere

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"Vi dico cosa sono davvero i centri sociali": parla il giudice Guido Salvini

di Guido Salvini
"Vi dico cosa sono davvero i centri sociali": parla il giudice Guido Salvini
Fonte: Libero Quotidiano
“Che cosa mi ha colpito di più in questi giorni? Le bombe con i chiodi a Torino contro i poliziotti”. A parlare è Guido Salvini, gip a Milano e giudice istruttore negli anni di piombo, e probabilmente anche lui verrà accusato a sinistra di essere un “fascista”. Intervistato dal Messaggero, la toga colpisce duro i centri sociali e gli antagonisti violenti: “Quelle bombe dimostrano la volontà di fare del male, non solo di manifestare in forma violenta”. Il paragone con gli Anni 70 secondo Salvini è eccessivo: “Allora si sparava e c’erano le stragi. Da molti anni non ci sono più morti causati da una guerra civile nelle strade.
La tensione oggi nasce dalla presenza alle elezioni, con un discreto seguito, di movimenti come Forza Nuova e CasaPound“. Anche in questo caso, però, l’allarme è esagerato. Laura Boldrini e Liberi e Uguali hanno già proposto di sciogliere quelle forze di estrema destra: “Non concordo – ribatte Salvini -. Si consegnerebbero alla illegalità non piccoli gruppi già al di fuori della legalità, ma decine di migliaia di persone. Oltretutto sarebbe incostituzionale”. Continua a leggere

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Antifascismo e la strategia degli opposti estremismi

di Roberto Siconolfi
Antifascismo e la strategia degli opposti estremismi
Fonte: Roberto Siconolfi

Nel 2018 a distanza di quasi un secolo, parlare di anti fascismo, in assenza di fascismo sembra quasi imbarazzante se non fosse tragico. In un sistema così compiuto e raffinato, quale il neo-totalitarismo UE, l’anti fascismo è a tutti gli effetti uno strumento nelle mani delle élite per perpetrare il loro dominio. Tra l’altro, adesso che vi è un aumento di livello di consapevolezza popolare sul modus operandi dei poteri forti, tra cui le tecniche del divide et impera, ecco che a gonfie vele mainstream, intellighenzia, e socialdemocrazia armano le mani del “radicalismo anti fa”.

Ricordiamo che già negli anni ’60-’70 con l’Operazione Gladio i centri di potere politico, più o meno occulti, muovevano alternatamente i gruppi della sinistra o della destra extra-parlamentare per realizzare determinati piani governativi. Tuttavia già all’epoca esistevano voci critiche ed interessanti esperienze, seppur piccole che cercarono di superare determinati steccati, in nome di una più ampia lotta anti-sistema. Prendiamo gli esordi del Movimento Studentesco ad esempio, o le lucide analisi di Pasolini su anti fascismo e difesa della polizia. Continua a leggere

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Il vero problema delle Ong? Politico, non (solo) morale

DA DOMANI, MERCOLEDI 21 FEBBRAIO A SABATO 24 FEBBRAIO 2018 IL SITO WWW.AGERECONTRA.IT  SARA’ OFF-LINE PER LA SECONDA MANUTENZIONE PREVISTA. CI SCUSIAMO CON I NOSTRI LETTORI PER IL DISAGIO. TORNEREMO LUNEDI 26/02 

di Fulvio Scaglione
Il vero problema delle Ong?  Politico, non (solo) morale
Fonte: Gli occhi della guerra
Io ero e resto convinto che nei primissimi anni Novanta Willy Huber, che allora dirigeva l’ospedale di Save the Children a Mogadiscio, in Somalia, mi abbia salvato la vita. In più, ho avuto decine di contatti, e in qualche caso rapporti profondi, con esponenti di Ong in varie parti del mondo. Figuriamoci quindi se posso avere una posizione preconcetta nei confronti del cosiddetto “volontariato”.
Però una crisi è una crisi. E quella attuale è assai profonda, e non riguarda solo i colossi travolti dallo scandalo come Oxfam o quelli che si stanno autodenunciando perché avevano già preso provvedimenti e non vogliono finire nel tritacarne come Save the Children o Medici senza Frontiere. Tanto profonda che la Charity Commission, l’ente che per conto del governo inglese sorveglia le Ong, denuncia di ricevere ogni anno oltre mille segnalazioni di abusi sessuali, che riguardano organizzazioni grandi, piccole e minuscole. Ed è chiaro che il cittadino di buona volontà, il cittadino-donatore ma anche il cittadino che paga le tasse e vede il proprio governo affidare decine di milioni alle Ong, fa in fretta a farsi una domanda: se questi, ad Haiti o altrove, usavano l’organizzazione come sede per le orge, chissà che fine facevano i miei soldi.

Per questo paiono molto ingenui, quando non ipocriti, gli inviti che ora compaiono sulla stampa nazionale e internazionale a non confondere i pochi che sbagliano con i tanti che agiscono onestamente, perché si rischia di cancellare risorse che vanno comunque a favore di popolazioni colpite da calamità naturali, guerre, carestie e così via. È vero, verissimo. Ma succederà comunque. Quando saltò fuori che i loro uomini rubavano, grandi e storici partiti che avevano fatto la storia d’Italia finirono a pezzi. E a nessuno venne in mente di risparmiarli perché avevano contribuito a costruire il Paese e a dare benessere agli italiani.

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