I violenti e le parole ambigue

Segnalazione Arianna Editrice
di Ernesto Galli Della Loggia – 25/02/2018
I violenti e le parole ambigue
Fonte: Corriere della Sera
«Noi condanniamo qualsiasi violenza e da qualsiasi provenienza. Però non possiamo fare a meno di ricordare che l’Italia è una Repubblica fondata sull’antifascismo, che la nostra Costituzione è antifascista». Queste a un dipresso le parole di tanti esponenti dello schieramento di sinistra a commento dei gravissimi incidenti di Torino e in genere di quanto sta succedendo in molti luoghi d’Italia. Parole che per l’appunto ruotano intorno a una formula in questi giorni sentita e risentita: la nostra è una Costituzione antifascista.
Sta bene. Si dà il caso però che la storia — la storia ripeto e non già le nostre opinioni personali — dovrebbe farci chiedere: antifascista sì, ma di quale antifascismo? Come infatti sa chi ha letto qualche libro, la storia registra molti avvenimenti che non possono non porre qualche problema di contenuto quando si adopera il termine antifascismo. Erano certamente antifascisti, ad esempio, quelli che in Spagna incendiavano le chiese e passavano per le armi preti, anarchici e trotzkisti. Erano antifascisti quelli che nel 1939 pensavano che l’Unione sovietica avesse fatto benissimo ad annettersi i Paesi baltici e mezza Polonia dopo essersi messa d’accordo con Hitler, così come lo erano quelli che sul nostro confine orientale dal ’43 al ’45 gettarono qualche migliaia di italiani nelle foibe.
Antifascisti e per di più partigiani erano pure quelli dalla cui associazione (l’Anpi), non condividendone le idee di fondo, si staccarono i partigiani cattolici prima e poi quelli azionisti guidati da Parri nel 1948-49. Ancora: antifascisti a diciotto carati erano pure quelli che negli anni ‘50 non esitavano a definire «nazisti» gli Stati Uniti mentre non riservavano una sola parola di solidarietà, neppure una, agli antifascisti cecoslovacchi o ungheresi, solo pochi anni prima loro compagni nella Resistenza e ora mandati sulla forca con le accuse più inverosimili e infamanti dai regimi comunisti stabilitisi nei loro Paesi. E non si sono sempre proclamati antifascisti — a loro dire anzi del più «coerente» antifascismo — i terroristi delle Brigate rosse e di altre organizzazioni consimili? Continua a leggere

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La trappola degli “opposti estremismi”: distrarre per non parlare della realtà

DISTRARRE DAI VERI PROBLEMI DEL PAESE CON LA FARSA DEGLI “OPPOSTI ESTREMISMI” CHE POI VEDONO AMPIAMENTE PIU’ “OPERATIVI” I CENTRI SOCIALI, NEL GIOCETTO SPECULARE AGLI INTERESSI POLITICI DELLA SINISTRA (N.D.R.)

di Enrico Galoppini
La trappola degli “opposti estremismi”
Fonte: Il Discrimine
Chi può essere così fesso da credere che nel 2018, in quest’Italia massacrata da oltre venticinque anni dai diktat euro-liberisti, svenduta peggio che ai saldi, occupata da oltre cento basi Usa e Nato, e sottoposta ad un “lavaggio del carattere” fatto d’immigrazionismo e genderismo, il pericolo per la famosa “gente comune” (quella che non milita, non si espone, non pensa e che vorrebbe solo starsene tranquilla) possa derivare da questi OPPOSTI ESTREMISMI”?
Naturalmente lo può credere solo un COGLIONE, oppure può fare finta di crederci chi ha tutto l’interesse a compattare quanta più gente possibile intorno al “rassicurante potere”. 
Ma per quanto mi riguarda, il giochino di Lorsignori è quanto mai scoperto, oltre che logoro e stantio. Loro vogliono che dei giovani italiani si ammazzino odiandosi senza alcun costrutto, ma ricordatevi che quando ci scapperà il morto i “mandanti morali” saranno tutti quelli che, in mezzo a questo circo di dichiarazioni, prese di posizione e petizioni di principio, non hanno fatto nulla per aprire gli occhi su chi veramente tira le fila di questo tipo di operazioni finalizzate a stornare l’attenzione sul classico falso problema, ed anzi han fatto di tutto per rinfocolare odi dal sapore anacronistico. Continua a leggere

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Gentiloni e il prossimo golpe italiano

di Antonio Serena

Gentiloni e il prossimo golpe italiano
«L’Italia avrà un governo stabile, la coalizione di centro sinistra sarà il pilastro di questo governo e non c’è il rischio di governi populisti o anti europei». Lo ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al termine dell’incontro con la Cancelliera tedesca Angela Merkel nel quale si è parlato delle votazioni italiane del 4 marzo. E ha aggiunto: «Le soluzioni di governo non le danno i sondaggi, le daranno gli elettori il 4 marzo. La mia opinione è che l’unico pilastro possibile di una coalizione stabile e pro europea può essere la coalizione di centro sinistra….Credo comunque che l’Italia avrà un governo stabile e non caratterizzato da posizioni anti europee».
Insomma, nello stesso momento in cui i sondaggisti  (Supermedia elaborata da YouTrend per Agi),  a poco più di due settimane dal voto, danno la coalizione di centrodestra al 36,7% e vicina a  raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi, il  M5s al 28% e il  Pd solo al 22,8%., Gentiloni annuncia che il paese avrà quasi certamente un governo di centrosinistra.
A questo punto non resta che mandare a casa Piepoli e colleghi (anche se ormai i margini di errore dei sondaggi sono minimi), sbaraccare i seggi e formare l’ennesimo governo fantoccio suggerito da Bruxelles. Non è un’ipotesi molto improbabile, dal momento che a dire queste cose è non solo un postcomunista a cui qualcosa di stalinista dev’essere rimasto nel cervello, ma soprattutto il capo dell’ ultimo di quattro governi (Monti, Letta Renzi e Gentiloni) calati dall’alto, privi cioè di ogni legittimazione popolare per governare come indica la Costituzione quando afferma (art. 1) che l’Italia è una Repubblica, fondata sul lavoro (co.1) e che (co.2) la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Le parole di Gentiloni sono gravissime in quanto continuano a vilipendere la sovranità del popolo italiano. Se infatti le sue parole rispondono a verità, le prossime consultazioni saranno inutili in quanto a Bruxelles hanno già deciso che governo dare all’Italia, attuando l’ ennesimo golpe con la nomina di un governo che sarà espressione di qualcosa di diverso da ciò che avranno stabilito gli italiani con il loro voto. Che, a questo punto, come sempre, conta poco o  niente, come non sono contate niente le indicazioni dei cittadini nei vari referendum sulla responsabilità giuridica dei magistrati, sull’abolizione del ministero dell’ Agricoltura o sul finanziamento pubblico ai partiti, tutte ignorate o travisate.
A questo punto gli italiani dovranno rassegnarsi: ad andare in pensione ad 80 anni, ad avere il 40% per cento di giovani disoccupati, a non poter decidere del proprio  futuro, ad accogliere altri milioni di “migranti” in cambio del benevolo visto dei banchieri europei sui nostri conti pubblici, a subire passivamente ogni forma di imposizione.
E tutto ciò nonostante le elezioni che si susseguono  nei vari  paesi europei diano conferma della volontà dei cittadini di sganciarsi dall’ Europa dei banchieri e dalle sue politiche fallimentari.
Stando così le cose, i cittadini italiani, il 4 marzo, possono tranquillamente disertare le cabine elettorali optando per una gita fuori porta. Allo stato attuale, sbaraccare questo  teatrino di nani e ballerine si presenta come  una missione impossibile.

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Io voto Gengis Khan

di Marcello Veneziani
Io voto Gengis Khan
Fonte: Marcello Veneziani
Io so chi vincerà le elezioni. Ha già la vittoria in tasca, a tavolino. Vorrei quasi dire imposto per legge elettorale. Vincerà più di quanto abbia vinto negli anni precedenti, facendo registrare numeri sempre più crescenti.
È una vittoria post-elettorale, una vittoria fondata sulla libera traduzione del voto ricevuto. Sto parlando dell’antico e rinomato PT, che è un fluttuante serpentone subparlamentare. Il Partito Trasformista.
Ho perso il conto di quanti hanno fatto il salto della quaglia e poi l’hanno pure replicato in direzioni inverse. Ne vedo tanti di precursori, troppi e fin troppo noti.
Il loro pittoresco testimonial è il mitico Razzi, che però è il meno trasformista di tutti e il più simpatico devoto di Kazzimiei. Continua a leggere

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Catone: La saggezza romana del vivere, la virtù, il lavoro e l'equilibrio

di Daniele Palmieri
Catone: La saggezza romana del vivere
Fonte: Nero d’Inchiostro

Contadino, politico, soldato, letterato; non è semplice definire Catone sotto l’ala di un’unica categoria.
Di origini rustiche, figlio a sua volta di contadini, Catone amava definirsi un “homo novus”, ossia un uomo che dal nulla aveva costruito la sua fortuna esclusivamente con il lavoro e con la virtù.
Conosciuto ai più o come strenuo oppositore di Cartagine o come tra i fondatori della letteratura latina, Catone fu una figura poliedrica, non esente da limiti, difetti e contraddizioni, ma nei confronti del quale è difficile non provare una forma di rispetto reverenziale.
Ne rimasero ammaliati pensatori come Cicerone, Livio, Seneca, Plutarco, che ne elevarono l’incorruttibile morale a modello ideale. La sua stessa progenie vantò nobili discendenti, tra i quali Catone detto l’Uticense, filosofo stoico e martire per la libertà nel tentativo di fermare l’ascesa di Cesare.
Catone è dunque una figura dai mille volti e non vi è nulla di meglio dei suoi scritti per ricostruire le diverse sfaccettature proprie di questa variegata personalità.
La saggezza romana del vivere raccoglie i suoi aforismi, le sue sentenze e i suoi detti memorabili più incisivi, tramandati sia dall’unica opera intera a noi pervenutaci, il De Agricoultura, e dai frammenti, diretti o indiretti, tramandati dagli autori antichi. Il testo contiene inoltre la prima traduzione italiana dei Monosticha Catonis, delle “regole auree” del buon vivere tramandate sotto il nome di Catone, che ebbero grande diffusione nel medioevo latino, proprio per il loro capacità di delineare una morale semplice, pratica e allo stesso tempo incisiva.
Ma perché si dovrebbe recuperare il pensiero di questo uomo pratico, per nulla incline alla speculazione filosofica?
Anzitutto, vi è un motivo se gli scritti e il pensiero di Catone ebbero così tanto successo nell’occidente antico e medievale. Questo perché, per quanto accennato in precedenza, pur non contenendo raffinate speculazioni filosofiche, testimoniano tuttavia una saggezza pratica del vivere, tratta dall’esperienza quotidiana, che ben si adatta alle esigenze etiche della vita di ogni giorno.
Catone è una delle più alte testimonianze della Sapienza romana, volta all’azione piuttosto che alla contemplazione, ma non per questo meno profonda poiché l’azione stessa diviene una via per vivere e assaporare una forma di conoscenza divina, raggiungibile soltanto tramite il lavoro e il sudore della fronte.

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Breve storia di sette anni infami

di Marcello Veneziani
Breve storia di sette anni infami
Fonte: Marcello Veneziani
Nel pieno di una deprimente schermaglia elettorale, guardiamoci indietro per capire come siamo arrivati a questo punto. Ricostruiamo la storia degli ultimi sette anni.
In principio fu la fine di Berlusconi. Messo fuori gioco da un mezzo golpe interno e internazionale, nel nome di una parola magica chiamata spread, cominciò per l’Italia il settennato più assurdo della nostra pur anomala storia.
Nell’arco di questi sette anni abbiamo assistito nell’ordine al suicidio della destra, al suicidio della sinistra, all’avvento sciagurato dei tecnici, alla crescita abnorme dell’antipolitica, alla morte e resurrezione di Berlusconi.
Il suicidio della destra ha un nome principale: Fini. Il suicidio della sinistra ha un nome principale: Renzi. E due sciami di complici.
Il fallimento dei tecnici ha il nome di Monti (e magari la faccia della Fornero), la crescita abnorme dell’antipolitica ha la chioma di Grillo e il faccino di Di Maio. E il vuoto che resta, la sedia vacante, ha il nome di Mattarella.
Il collasso della politica rispecchia il collasso della società; anzi è l’unico punto che congiunge il degrado della politica alla decadenza della società. Sullo sfondo c’è il tragico sorpasso dei decessi sulle nascite, dei vecchi sui giovani, più la fuga all’estero dei ragazzi più svegli, rimpiazzati dall’arrivo di clandestini. La società di massa si è fatta molecolare, sempre connessa e sempre più solitaria, abitata da narcisi astiosi. Continua a leggere

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L'ideologia dell'Identico

di Alain de Benoist
L'ideologia dell'Identico
Fonte: Il giornale del Ribelle
Contro che cosa ci si deve ribellare al giorno d’oggi? Di fronte all’ascesa del pensiero unico, di fronte al gonfiarsi di un’onda straordinaria di ciò che non esitiamo a chiamare il conformismo planetario, di fronte alle diverse patologie che affliggono le nostre società, di fronte alle varie minacce che su di esse gravano e che oscurano il loro avvenire, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Mi sembra tuttavia che la maggior parte di questi fenomeni ai quali tentiamo di opporci abbia una causa comune. Mi sembra cioè che questi fenomeni si rivelino come conseguenze di un’ideologia ben precisa, secolare e multiforme, che propongo di chiamare “l’ideologia dell’Identico”. L’ideologia dell’Identico è un’ideologia che si sviluppa a partire da ciò che c’è di comune in tutti gli uomini. Più precisamente, si sviluppa tenendo conto solamente di ciò che gli uomini hanno in comune ed interpretandolo come l’Identico, e ciò significa, in altre parole, che una tale ideologia non può che aspirare all’appiattimento. L’Ideologia dell’Identico fa spesso riferimento all’uguaglianza, ma ad un’uguaglianza puramente astratta: in assenza di un criterio preciso che permetta di determinarla concretamente, l’uguaglianza non è altro, infatti, che un diverso nome dell’Identico. L’ideologia dell’Identico considera dunque l’uguaglianza universale tra gli uomini come un’uguaglianza in sé, slegata da ogni elemento di concretezza che permetterebbe di accertarla. È un’ideologia allergica a tutto ciò che specifica e caratterizza la singolarità, che interpreta ogni distinzione come potenzialmente spregiativa, che considera le differenze contingenti, transitorie, inessenziali o secondarie. Il suo motore è l’idea di Unico, che è ciò che non sopporta l’Altro, e intende ridurre tutto all’unità: Dio unico, civiltà unica, pensiero unico. […] Continua a leggere

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Nella nostra scuola non abbiamo studenti disabili né stranieri

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Scoppia la polemica per questa frase di una preside di un liceo romano e il ministro Fedeli minaccia sanzioni per obbligare la scuola ad essere inclusiva e multitutto
di Costanza Miriano

(LETTURA AUTOMATICA)
L’isteria collettiva del politicamente correttissimo ormai fa sì che se una preside, Clara Rech del liceo classico Visconti di Roma per fare nomi e cognomi, scrive su un documento di autovalutazione un dato oggettivo – “non ci sono alunni stranieri né disabili” – scatta la damnatio su Repubblica, il ministro Fedeli minaccia provvedimenti perché la scuola deve essere inclusiva e multitutto.
Bene, vorrei dire che il ministro ha ragione, la scuola deve essere inclusiva, cioè dare a tutti le stesse possibilità. Il principio è sacrosanto, ma chiediamoci che significa, in concreto. Inclusivo per me vuol dire che chiunque decida di studiare seriamente, da qualunque paese o estrazione sociale provenga, possa avere le stesse possibilità. È un bellissimo programma, sarei d’accordo. Così davvero si permetterebbe la mobilità sociale, attualmente impossibile in Italia. Se sei figlio di professionista ma sei un deficiente, se sei una capra e soprattutto se non studi, per arrivare all’esame di abilitazione che ti permetterà di occupare il posticino preparato dai tuoi nel loro studio ci devi mettere almeno trentasei anni di studio, cioè ogni anno dei diciotto del percorso scolastico lo devi ripetere. Questa, una scuola che boccia e seleziona, sarebbe una scuola davvero inclusiva, dove anche il figlio del fruttivendolo del Bangladesh se si ammazza sui libri può diventare avvocato, mentre il figlio dell’avvocato che non ha voglia di studiare può comunque trovare posto al mercato; e adesso scatta anche per me l’accusa di essere classista, immagino. Chiariamo: il fruttivendolo è un lavoro nobilissimo, ma non serve studiare tanto. Punto. Continua a leggere

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Polvere di 5 Stelle

di Paolo Becchi su Libero, 14/02/2018
Che non fossero francescani era ormai noto a tutti da tempo. Quello era solo l’ideale di Gianroberto Casaleggio, che effettivamente una vita francescana conduceva: una vecchia macchina un vecchissimo cellulare, vestire sobrio, vita austera. I grillini in parlamento, invece, facevano finta di esserlo, ma si portavano tutti a casa uno stipendio invidiabile. Da quello che sta emergendo ora però il problema non è che non fossero dei francescani, bensì che fossero proprio disonesti.
Bonifici effettuati e poi ritirati per un fondo, voluto da Casaleggio, per il microcredito (fondo destinato a sostenere le piccole e medie imprese): un buco colossale, ancora difficile da calcolare. Stime parlano di 1,4 milioni, e lo stesso Movimento ha ammesso errori e calcoli sbagliati e/o gonfiati. Insomma molti bonifici sono falsi, perché pubblicati come rendicontati dai parlamentari ma subito dopo revocati. Se questa è l’onestà che doveva tornare di moda…
Nelle ultime settimane sono stati versati in fretta e furia 250mila euro (130 i parlamentarie 128 gli europei, che proprio male non guadagnano). Cinque giorni fa il senatore Carlo Martelli e il deputato Andrea Cecconi, entrambi capilista «bloccati»nelle prossime elezioni, sono stati costretti a lasciare, il senatore Maurizio Buccarella nel frattempo si è autosospeso: «rimborsopoli» sta travolgendo l’intero gruppo parlamentare grillino. Resta da chiarire come e se si inserisca in questa vicenda il passaggio al gruppo misto nell’europarlamento di David Borrelli, uno dei tre membri dell’Associazione Rousseau.
CONTINUA SU:  https://paolobecchi.wordpress.com/2018/02/14/polvere-di-5-stelle/

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L’intervista del rabbino Riccardo Di Segni

Segnalazione di www.unavox.it 
di don Curzio Nitoglia

Introduzione


Alla luce di quanto visto nell’articolo sul Vangelo di San Matteo sulla riprovazione (non definitiva) di Israele possiamo leggere e commentare l’intervista che il rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni, ha rilasciato ad Aldo Cazzullo su il Corriere della Sera (21. I. 2018, p. 21).

L’intervista


Alla domanda di aver gli Ebrei biasimato l’Italia perché ha votato contro il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele il rabbino risponde che lo si è fatto perché tale voto “è il riflesso della tipica posizione cristiana […] per cui gli ebrei possono essere sottomessi o tollerati, mai sovrani, neppure a casa propria” (1).
Riguardo all’antisemitismo ancora esistente in Italia Di Segni dice che “c’è l’idea religiosa secondo cui il popolo ebraico ha esaurito la sua funzione e debba vagare ramingo e disperso tra i popoli come punizione per non aver accolto la verità” (2).
Inoltre riconosce che “l’ebraismo rabbinico deriva dai farisei [del tempo di Gesù, ndr]” (3), che “Dio è uno solo” (4), che “se voi [cristiani, ndr] avete la domenica è perché noi abbiamo il sabato” (5).
Riguardo all’ecumenismo ha una visione molto netta: “Quando papa Francesco è venuto in sinagoga voleva discutere di teologia. Gli ho risposto di no: di teologia ognuno ha la sua, e non la cambia”. Ottima lezione: “Quando il sale diventa insipido è buono solo per essere gettato a terra e calpestato dagli uomini” (Mt., V, 13).
Sulla migrazione ha idee molto migliori di quelle “accoglienti” dei catto-progressisti: “Mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui [in Italia, ndr] intendono rispettare i nostri diritti e i nostri valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Purtroppo debbo rispondere con due no. Per questo sono preoccupato. […]. So che la migrazione incontrollata può provocare una reazione di intolleranza”.
Su Gesù Cristo risponde chiaramente che “per noi non è il Messia” e questo giustifica la posizione cattolica di “segregazione amichevole” riguardo al Giudaismo talmudico.
Inoltre, conclude il rabbino capo di Roma, “l’aldilà non è al centro delle mie preoccupazioni”. Si scorge qui l’influsso della teologia dei sadducei che già ai tempi di Gesù negavano l’immortalità dell’anima e l’aldilà. Nihil sub sole novi.


Conclusione


Il problema di Israele capitale unica dello Stato ebraico e non più “Corpo separato” o “Città internazionalizzata” lo abbiamo visto trattando l’intervista rilasciata dal Presidente turco Erdogan a Maurizio Molinari.
Mi sembra che tutta l’intervista del rabbino capo di Roma possa essere interpretata alla luce di questa teoria, che rischia di incendiare non solo il Medio Oriente, già in fiamme, ma il mondo intero dati gli interessi che gli Usa da una parte e la Russia dall’altra hanno in questa regione martoriata.
Per cui la soluzione del problema posto da Di Segni è quella dataci da San Paolo nell’Epistola ai Romani (specialmente al capitolo XI) e nella 1a Epistola ai Tessalonicesi (II, 15).
Rimando il lettore all’articolo sull’intervista Molinari-Erdogan per leggere quanto Dio ci ha rivelato su Israele mediante San Paolo.

NOTE
1 – Certamente sì, infatti secondo la teologia cattolica tradizionale questa situazione di separazione subordinata è una conseguenza del deicidio. Inoltre parlare di Gerusalemme come di “casa propria” degli ebrei, che la lasciarono in fiamme nel 70 e vi son tornati con la forza delle armi nel 1948 cacciando i palestinesi (cristiani e musulmani) che vi abitavano da circa 2000 anni, è perlomeno discutibile.
2 – Idem ut supra.
3 – Assolutamente vero: il fariseismo dei tempi di Gesù è il padre dell’attuale Giudaismo talmudico post-biblico.
4 – Anche questo è vero, ma l’unico vero Dio è la SS. Trinità misconosciuta dal Giudaismo rabbinico post-biblico, che mise in croce il Verbo Incarnato e persevera nel suo misconoscimento.
5 – Questo non è esatto: nell’Antico Testamento si festeggiava il sabato perché Dio dopo la creazione si riposò il sesto giorno (di sabato), mentre nel Nuovo Testamento si festeggia la domenica perché Cristo, crocifisso il venerdì dagli Ebrei, risuscitò la domenica successiva, ossia la Pasqua di Resurrezione.

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