Ungheria, Orban stravince

Si profila un trionfo oltre le attese per il partito conservatore che potrebbe avere due terzi dei seggi. E spaventa l’Europa
di Luca Romano
“Abbiamo vinto”. Con queste parole il premier ungherese Viktor Orban ha iniziato a celebrare davanti alla sua folla quello che sembra un trionfo che va oltre le aspettative della vigilia.
“Grazie per averci dato fiducia, per esservi uniti a noi”, ha aggiunto, citato dal Guardian. “Questa è una vittoria decisiva in futuro saremo in grado di difendere la nostra madrepatria”, ha aggiunto.
Si profila un trionfo oltre le attese per Fidesz, il partito conservatore del premier ungherese Viktor Orban (Fidesz). Secondo i risultati parziali delle elezioni legislative, con il 75% dei voti scrutinati, Fidesz conquisterebbe 134 seggi, il che significa non solo certezza della maggioranza assoluta, ma anche possibilità di raggiungere la maggioranza di due terzi dell’Assemblea nazionale, il Parlamento unicamerale composto da 199 membri. Continua a leggere

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Trump e il ruolo smarrito degli Usa

di Sergio Romano
Trump e il ruolo smarrito degli Usa
Fonte: Corriere della Sera, 8/04/2018
Dopo il collasso dell’Urss e la fine della egemonia sovietica in Europa centro-orientale, gli Stati Uniti credettero di avere vinto la Guerra fredda. Mi sembrò che commettessero un errore e che le cause del collasso fossero altre; ma il mondo, da allora, dovette constatare che non vi era evento importante in cui l’America non si sentisse chiamata a dare suggerimenti, imporre soluzioni o formulare giudizi. Lo stile poteva cambiare da un presidente all’altro (lo stile di Barack Obama fu molto diverso da quello di George W. Bush) ma l’America era diventata, secondo la definizione di Madeleine Albright, la «nazione indispensabile». Non sempre i suoi desideri venivano esauditi e i suoi ordini eseguiti, ma non vi era tavolo della diplomazia internazionale in cui mancasse una poltrona riservata agli Stati Uniti.
Sembra che il quadro stia cambiando e che vi siano ormai vicende in cui il grande Stato nord-americano è più spettatore che attore. Qualche giorno fa abbiamo visto le immagini di tre leader (i presidenti di Iran, Turchia e Russia) che avevano vinto la guerra siriana e si erano riuniti per dividersi le spoglie. Qualche mese prima avevamo appreso che il principale leader politico cinese aveva implicitamente sfidato la potenza americana con una modifica costituzionale che gli garantiva una sorta di vitalizio imperiale. Le ragioni del cambiamento sono numerose.
Le guerre combattute dagli Stati Uniti negli scorsi decenni non hanno giovato alla loro credibilità militare. La crisi del 2008 ha dimostrato che accanto al potere di Washington esisteva a Wall Street un altro potere che il presidente e il Congresso non riuscivano a controllare. Era già accaduto nel 1929, ma in tempi in cui l’America non aveva le responsabilità mondiali che ha avuto dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Da allora la globalizzazione ha favorito la nascita di nuove potenze. Quanto più gli Stati Uniti rivelano al mondo le loro carenze tanto più cresce il numero di quelli che sono pronti a sfidare la loro volontà. Continua a leggere

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Chi è Maurizio Martina, l’antileader che vuole fare il leader

Segnalazione Linkiesta

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Chi è Maurizio Martina, l’antileader che vuole fare il leader

Il candidato segretario è cresciuto nella sinistra, ma si è guadagnato il soprannome di “Fra Martina” per i suoi rapporti con i cattolici. Ha sempre ottenuto i migliori risultati agendo dietro le quinte, ma ora è pronto per essere protagonista. (di Giulio ScrannoLEGGI)

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Consultazioni, siamo tornati alla Prima Repubblica (ma i nostri leader non lo vogliono capire)

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Consultazioni, siamo tornati alla Prima Repubblica (ma i nostri leader non lo vogliono capire)

Con questa legge elettorale assurda i leader, da Salvini a Di Maio, allo Stesso Berlusconi, cresciuti alla scuola del maggioritario, rischiano di non riuscire ad affrontare l’operazione nuovo Governo. Ma tutti sperano nel felpato e cauto Mattarella. (di Alessandro GiuliLEGGI)

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Luigi Bisignani a Il Tempo: I Casini dell’ex Dc

Risultati immagini per AndreottiUno spassosissimo articolo di Luigi Bisignani su Il Tempo dell’altroieri
di Luigi Bisignani

Pierferdi fa Casini pure con Talleyrand. Paragona Andreotti al grande «camaleonte» francese

E allora al Divo Giulio non resta che visitarlo in sogno per mettere i puntini sulle i…

Caro direttore, concitato risveglio pasquale per Pier Ferdinando Casini, uno degli “enfant prodige” della Dc, da oltre 35 anni in Parlamento tra tradimenti politici e storielle da copertina. In un incubo notturno, ha sognato Andreotti che gli rimproverava un’improvvida intervista al Corriere della Sera, nella quale Casini lo paragonava a Charles – Maurice de Talleyrand -Pèrigord, nobile francese che aveva iniziato la sua carriera come vescovo, poi aveva gettato la tonaca alle ortiche ed era diventato uno degli uomini politici più cinici, corrotti e abili del suo tempo, capace di tutto pur di sopravvivere. Talleyrand, vissuto a cavallo tra la fine del 1700 e l’inizio dell’800, e considerato da sempre il simbolo del camaleontismo politico – non a caso i contemporanei lo chiamavano «girouette», banderuola – verrà interpretato nei prossimi giorni a teatro proprio dallo stesso Pierferdi.

Stropicciandosi ancora gli occhi, Casini tenta di ricordare la rampogna di Andreotti, che indossando il suo solito pullover blu a doppiopetto, aveva appena finito una partita di burraco con Cossiga, il quale del resto ha sempre cercato qualcuno per giocare a poker. Continua a leggere

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Ecco perché Renzi è pronto a far saltare il Partito Democratico

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Ecco perché Renzi è pronto a far saltare il Partito Democratico

Buona parte del partito è riunita attorno al segretario-reggente Martina. Ma Renzi e i renziani non mollano. Anzi, in caso il partito appoggiasse un governo a Cinquestelle Matteo pronto a far saltare tutto. Mentre incombe la paura elezioni. (di Giulio ScrannoLEGGI)

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Pensioni, Draghi si schiera contro Salvini: meglio non toccare la legge Fornero

http://www.iltempo.it/resizer/600/315/true/1521627225954.jpg--pensioni__draghi_si_schiera_contro_salvini__meglio_non_toccare_la_legge_fornero.jpg?1521627226000di Filippo Caleri
E oltre alla Bce anche il Fmi ha già alzato il cartellino rosso contro una revisione dell’attuale normativa
La Banca Centrale Europea ha deciso: la Fornero non si tocca. O meglio se si tocca saranno dolori (finanziari) nel lungo termine. A Matteo Salvini, che sulla sua rottamazione ha costruito una parte del successo elettorale, saranno fischiate le orecchie. E la sfida che, in un ipotetico governo con la Lega dentro, si trova davanti è molto difficile. Considerato che anche altri organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale hanno già alzato il cartellino rosso contro una revisione dell’attuale legge pensionistica.
In un recente studio tre economisti del Fmi Michal Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi intitolato “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” hanno spiegato che al momento la nostra spesa pensionistica, nonostante la criticata e dura riforma Fornero, con il 16% del Pil è la seconda più alta, superata solo dalla Grecia. Una considerazione che di fatto stoppa le velleità rottamatrici di Salvini. Al Fmi si è aggiunto anche Draghi ha fatto subito presente il suo pensiero sulla materia: “Molti paesi hanno già applicato delle riforme dei sistemi pensionistici dopo la crisi del debito sovrano, sebbene il passo delle riforme abbia fatto registrare un rallentamento di recente. Ulteriori riforme in questo settore sono essenziali e non devono essere ritardate, anche alla luce di considerazioni di politica economica”. Continua a leggere

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Il vero obiettivo di Salvini è prendersi Forza Italia (e Di Maio gli sta dando una mano)

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Il leader di via Bellerio lavora a un centrodestra a sua immagine e somiglianza. Vuole essere il successore di Berlusconi. E ha bisogno di non rompere la coalizione. Il patto con Di Maio serve a consolidare un nuovo bipolarismo: il loro
di Alessandro Franzi

Non l’abbraccio mortale con il Movimento 5 Stelle, ma la definitiva conquista del centrodestra. E’ questo l’orizzonte che sembrano indicare le mosse di Matteo Salvini, dopo aver trasformato la Lega (Nord) nel primo partito della prima coalizione uscita dalle elezioni del 4 marzo. L’abboccamento con i 5 Stelle – il primo partito – è una necessità dovuta alla mancanza di una maggioranza numerica in Parlamento. Ma è anche qualcosa in più. Sia Salvini sia Luigi Di Maio intendono gestire la nascita di quella che considerano la terza repubblica, non più solo slegata dalle ideologie novecentesche ma anche disancorata dai legami con le tradizionali famiglie politiche. E per farlo entrambi i leader, Salvini e Di Maio, si sono coalizzati per indebolire gli avversari: da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra il Pd. E per riscrivere le regole del gioco: una legge elettorale con premio di maggioranza che possa certificare alle prossime elezioni, quando ci saranno, un nuovo bipolarismo. Il loro. Una strategia che potrebbe anche non passare da un governo politico fra Lega e M5S, che ne ucciderebbe in un sol colpo tutta la carica di novità.
Chi e come andrà a Palazzo Chigi, però, lo si vedrà solo nelle prossime settimane. Certo è che Salvini ha in mente da parecchio tempo un centrodestra che qualcuno ribattezzerebbe “Lega Italia”. Non è importante il nome, quanto la strategia. Dalla fine del 2013, il segretario del Carroccio ha lavorato alla costruzione di una sua proposta nazionale, non più circoscritta al Nord Italia. Ha adottato parole d’ordine unificanti: contro la sovranità ceduta all’Unione Europea, contro le nuove migrazioni, contro l’Islam. Ha dato scandalo con i suoi discorsi improntati alla dissacrazione del politically correct. E ha inaugurato quello che gli riesce sempre bene: una campagna elettorale permanente, che è scesa al Sud, passando per le regioni del Centro Italia che lo hanno premiato con risultati elettorali spesso a due cifre. Salvini rappresenta la nuova destra. Non solo quella radicale che si è raccontata in questi mesi. Il suo messaggio estremo ha raggiunto un elettorato moderato rimasto senza riferimenti, e dunque pronto ad affidarsi senza remore intellettuali. Salvini rappresenta dunque anche un nuovo centrodestra, che non ha più in Berlusconi il suo totem.

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Fico che va alla Camera in bus ci è costato 15mila euro di taxi

A nostro avviso c’è differenza tra spreco e invidia sociale. Alle volte, quando si parla di politica, soprattutto a causa di chi ha alimentato l’anti-politica dimenticando di dire che meno dell’ 1% del debito è dovuto alle spese della politica, ci si dimentica del fatto che, come in ogni lavoro o professione, chi è bravo debba essere giustamente remunerato per quello che vale. Un ottimo politico potrebbe valere 20.000 euro al mese? A nostro avviso, sì. Un politico scadente? Certamente no. La meritocrazia prescinde dall’anti-politica. L’odio di classe o invidia sociale è robaccia di sinistra…(n.d.r.)
Roberto Fico, neo presidente della Camera, ha rendicontato spese per 15mila euro in taxi in cinque anni di legislatura
di Giuseppe De Lorenzo
Capitolo primo. Roberto Fico scende sorridente dall’autobus a Roma diretto alla Camera dei Deputati di cui è diventato la guida.
Immancabile la foto (prontamente pubblicata su Instagram) che fa il giro dei social network e aizza i sostenitori del sobrio presidente. Capitolo secondo. Sempre Roberto Fico su un mezzo, questa volta Trenitalia, direzione Napoli insieme alla compagna di vita: qualche passeggero lo ritrae col suo cellulare in seconda classe. “Non deve cambiare nulla da questo punto di vista – dice lui – per me molto è importante. Oggi in treno, seconda classe, taxi. Tutto deve rimanere semplice e umile”.
Lodevole, per carità. Sebbene qualcuno storca il naso per la terza carica dello Stato che viaggia assieme ai comuni mortali senza la sicurezza che si confà al ruolo istituzionale (non alla persona), la scelta di Fico è sostenuta da motivazioni politiche. “È la storia del Movimento”, ha detto di lui Luigi Di Maio. E la storia dei 5 Stelle è anche la lotta ai privilegi. È ovvio, tuttavia, che quella di Fico è soprattutto di una mossa di marketing. Il primo presidente dei Cinque stelle non può mica arrivare con la scorta e l’odiata auto blu. Almeno non subito. E così si è adeguato alla propaganda già usata da Renzi e Ignazio Marino con le loro biciclette. Il fatto è che i movimenti da deputato dell’onorevole Fico nell’ultima legislatura, quella passata, non sono stati del tutto gratuiti per i cittadini.
Ecco allora il capitolo terzo, di cui non si hanno fotografie pubblicate sui social. Mezzo protagonista: il taxi. Nei cinque anni di legislatura (2013 – dicembre 2017), il buon Fico ha speso oltre 15mila euro in auto bianca per spostamenti vari. Impossibile ricostruire in quali occasioni abbia chiesto il rimborso agli italiani (consultabili sul sito: tirendiconto.it), di certo lo ha fatto per una media di 281 euro a mese. Spicciolo più, spicciolo meno. Non una cifra sconsiderata, ma simbolicamente significativa. A questi vanno aggiunti anche altri curiosi pagamenti per i biglietti per il bus (e la metro) con cui oggi si fregia di essere arrivato alla Camera. A marzo 2017, per dire, si è preso la briga di rendicontare 1,50 euro di ticket dell’autobus. A maggio sono stati 4,50 euro e ad aprile 7,50. In totale fanno 677 euro e trenta centesimi. Un po’ pochi per chi – scrivevano oggi i cronisti – “non ha cambiato le abitudini” di viaggiare con Atac. Le ipotesi sono due: o si è fatto rimborsare solo alcuni dei biglietti acquistati (e il resto l’ha messo di tasca propria), oppure non è salito così spesso su un pullman.
A dire il vero su Fico già nel 2016 si abbattè una piccola polemica per il suo “telefono d’oro” e le bollette da 12mila euro. In fondo anche per l’alloggio le spese non sono state indifferenti nel suo mandato da “portavoce” grillino a Palazzo. A dicembre 2017 dei 7.582,50 euro dichiarati dal neo Presidente 1.400,00 euro se ne sono andati per il canone di affitto e altri 1.182,59 euro per “utenze, pulizie, manutenzione e altro”.
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