Sanremo-Marocco

 

Ma se si fosse chiamato Michele, se fosse stato perdutamente italiano, se il suo genere musicale non fosse stato il Marocco pop, come lui stesso lo definisce, Mahmud o Mahmood avrebbe vinto Sanremo? Non sono un esperto di canzoni, non seguo Sanremo, non pretendo di giudicare una canzone. E trovo Mahmud un ragazzo simpatico, e probabilmente un bravo cantante. Ma se la giuria popolare aveva indicato un altro cantante, se la platea di Sanremo è insorta per il verdetto, se i mass media davano per favorite altre canzoni, se i critici non avevano ritenuto che la canzone del ragazzo italo-egiziano svettasse sulle altre, allora mi chiedo: qual è il valore aggiunto, la ragione decisiva del premio a Mahmud? È il messaggio, come già hanno cominciato a dire i media, ossia premiare un ragazzo di nome Mahmud, metà italiano e metà egiziano, il suo stile canoro arabo, il suo genere Marocco-pop. Fosse stato il più bravo, il migliore, nulla da eccepire. Ma è il messaggio che giustifica il premio.
Del resto che quel ragazzo, nel giro di due mesi, con sua somma sorpresa, come ha candidamente detto ai microfoni, vinca prima Sanremo giovani e poi Sanremo-Festival, non vi fa capire che la motivazione determinante sia proprio quella? Quel messaggio è sempre – ma guarda un po’ – una prevedibile polemica col tempo di Salvini e gli sbarchi negati dei migranti. Continua a leggere

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Valori cristiani e famiglia, così Orban sfida l’Europa

Vikor Orbán durante l’annuale discorso sullo stato della Nazione a Budapest. Sul podio la scritta «Prima gli ungheresi!»Vikor Orbán durante l’annuale discorso sullo stato della Nazione a Budapest. Sul podio la scritta «Prima gli ungheresi!»

monica perosino 12/02/2019
«Abbiamo bisogno di bambini ungheresi». Pausa. Viktor Orbán alza lo sguardo verso la platea immobile e silenziosa del castello di Buda. L’accento è sulla parola «ungheresi». «Non abbiamo bisogno di migranti, ma di bambini ungheresi». Lo ribadirà più volte nell’annuale discorso sullo stato della Nazione, un invito a contrastare la bassa natalità del Paese assediato da orde di migranti – «terroristi» – pronti a «invadere il Paese» che il suo muro è per ora riuscito a fermare. La narrativa del premier ultraconservatore sembra immutata da 12 anni, da quando è al potere. Aveva iniziato il suo discorso con l’entusiasmo di «un’economia che cresce da sette anni» grazie «alle politiche di governo e a dio». Ma è il gran finale ad effetto che strappa l’ovazione della sala gremita: «Viviamo in tempi in cui nascono sempre meno bambini in tutta Europa. I popoli dell’Occidente rispondono con l’immigrazione. Ma noi ungheresi la vediamo in una luce diversa. Non abbiamo bisogno di numeri, ma di bambini ungheresi».

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fonte – https://www.lastampa.it/2019/02/12/esteri/valori-cristiani-e-famiglia-cos-orban-sfida-leuropa-mgADklOs6FY6hAvYctTQkJ/amphtml/pagina.amp.html

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Orban: "Fate figli per la Patria!"

Budapest, 11 feb – “In tutta Europa ci sono sempre meno nascite. Per i Paesi occidentali la risposta sta nell’immigrazione, nel far arrivare persone per pareggiare i conti; per noi la migrazione significa arrendersi e la pensiamo diversamente: non vogliamo soltanto numeri, vogliamo bambini ungheresi”. Il discorso di Viktor Orban al parlamento di Budapest è una “bomba” volta a rilanciare le nascite.
Ma come sempre, al di là delle parole, servono i fatti. Il premier ungherese lo sa bene e per questo ha deciso di varare un piano straordinario per la natalità. Stando al progetto lanciato da Orban le donne con almeno quattro figli “non pagheranno mai l’imposta sul reddito e le nuove famiglie potranno richiedere un prestito a tasso zero per dieci milioni di fiorini (circa 31mila euro, ndr)”. Non solo, il premier magiaro ha specificato che il piano prevederà incentivi e interventi del governo di Budapest finalizzati a sostenere “l’edilizia popolare” e a ridurre “quasi a zero” i costi di “luce e gas” a carico delle famiglie. Continua a leggere

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Lavoro e dignità: dalla parte dei pastori sardi

Porto Torres, le statali di Cagliari e Nuoro, Olzai, Sanluri. Le strade si tingono di bianco, gli allevatori e i pastori della Sardegna fermano i camion, rovesciano il latte sul nero asfalto, gettano a terra carne di pessima qualità proveniente dalla Francia.
Il “popolo bue”, quello deriso dalle élites italiane ed europee, lo stesso che ha votato favorevolmente alla Brexit, il medesimo che probabilmente ha dato impulso alla crescita del cosiddetto spregiativamente ‘populismo’, dimostra ancora una volta e senza discontinuità la sua coscienza di classe, questa sì, senza confini.
Gente di montagna e di pietre, di mare cristallino e di maestrale, forte, gentile, testarda, isolana. Non sono molli cittadini, sono rinforzati dalla fresca salsedine dell’isola più bella del Mediterraneo, e sanno bene che sessanta centesimi per ogni litro di latte sono un affronto alla dignità di tutto il sistema produttivo, a partire dall’animale per arrivare al produttore di formaggio. In barba alle regole europee, in barba a quelle del mercato, in barba ai vari open minded del Continente.
Chiedono giustizia, lavoro di qualità e riconoscimento, diritti sociali. Forse molti non hanno una laurea, ma sanno stare al mondo meglio di chiunque laureato. Alcuni preferiscono sprecare il latte che venderlo agli strozzini, che fissano prezzi più bassi di quelli di produzione, tanto c’è il latte d’Oltralpe, più economico ma di minor qualità. Loro lavorano e producono, e giustamente pretendono. L’esatto contrario dei manifestanti violenti di Torino, che incendiano, vandalizzano e sporcano se viene chiuso il loro centro sociale occupato, dove giocano a fare gli anarchici con i soldi e le utenze degli altri, dei contribuenti.
L’Italia può solo che provare orgoglio per questi suoi cittadini, presenti, attivi, consapevoli della propria identità. Davanti al mercato, alla mano invisibile, all’Ue, nonché a coloro che continuano a snobbare i risultati di un voto che non premia i loro beniamini, si può solo che gridare: “Viva il suffragio universale, viva i pastori della Sardegna, viva il popolo bue!”.
(di Alessandro Carocci)
fonte – https://oltrelalinea.news/2019/02/10/lavoro-e-dignita-dalla-parte-dei-pastori-sardi/

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Sanremo, i globalisti esultano perché le élite hanno vinto sul popolo

Roma, 11 feb – Il ribaltamento del televoto al festival di Sanremo in favore di Mahmood ha scatenato un vespaio di polemiche. Tra indignazione social ed esultanze scomposte, non è proprio un bello spettacolo. Eppure, se tutta questa baraonda ha un pregio, sta proprio nel fatto che la sinistra globalista ha definitivamente scoperto le sue carte. Senza più infingimenti, l’altrimenti paludato Corriere della Sera si è ad esempio profuso in un’ode sperticata del meticciato. Aldo Cazzullo, infatti, non ha dubbi: «La vittoria del ragazzo italoegiziano dimostra che, se vengono governati, i processi migratori sono un plus per l’Italia. Come in Gran Bretagna, Germania e Francia». Certo, adesso prendiamo pure le banlieue o Neukölln come modello di integrazione. O magari le truppe multirazziali dell’Isis, a questo punto. Continua a leggere

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Eutanasia. Parla de Mari: «73% favorevole? Se sapessero come si muore il dato sarebbe diverso»

Il 73% degli italiani sarebbe favorevole all’eutanasia. Ad affermarlo è una recente ricerca dell’Eurispes. Se però si va a discernere i criteri di ricerca e i contenuti specifici delle singole domande, si scopre una realtà un po’ diversa. Almeno il 60% degli italiani, ad esempio, si dichiarano contrari al suicidio assistito, diverso dall’eutanasia soltanto nella modalità ma non certo nella sostanza. Senza contare le innumerevoli riserve espresse da quel 73% di favorevoli, vi è addirittura un 77,5% di intervistati che ammetterebbe l’eutanasia soltanto in caso di «coma irreversibile», ovvero di morte cerebrale, considerata dalla maggior parte della letteratura scientifica come morte tout court.
Anche se i dati Eurispes non si prestassero a così tanti equivoci e ambiguità, rimarrebbero comunque molto discutibili. Ne è convinta la dottoressa Silvana De Mari, medico, blogger, scrittrice e attivista pro life. A colloquio con Pro Vita, la De Mari ha sostenuto che il parere degli italiani sull’eutanasia cambierebbe notevolmente segno, se si mostrasse loro gli effetti di un’agonia per disidratazione procurata, mediante la quale furono fatte morire Terry Schiavo ed Eluana Englaro. Continua a leggere

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Perché Alcide De Gasperi non fu cattolico

RITRATTO DI UN MODERNISTA

La ostentata esaltazione che certa stampa (in occasione della sua morte – anno 1954, ndR) ha fatto della figura dell’on. De Gasperi come preteso statista cattolico, ci obbliga a ristabilire la verità, con precise e documentate contestazioni. Con questo non intendiamo indagare se e quanto De Gasperi sia stato in buona fede, nella sua maschera – poiché tale e non altro era – di uomo politico cristiano: non usiamo mai affermare la buona o la mala fede di alcuno. Possiamo solo, e lo facciamo ben volentieri, riconoscere che grandissima parte di coloro che hanno appoggiato l’azione politica del De Gasperi e del suo Partito sono stati presumibilmente in buona fede. Noi abbiamo sempre criticato, su questo giornale e su altre pubblicazioni, alcune delle quali di una certa mole, l’opera del defunto capo della Democrazia Cristiana. Ci limitiamo dunque, per documentare la realtà agli ormai numerosi nostri lettori, a riassumere i motivi principali delle passate nostre critiche. Lo faremo con una certa schematicità cronologica, e con concisi commenti che servano ad illuminare quale sola poteva e può essere una posizione politica basata sul Cattolicesimo.

fonte – https://www.sursumcorda.cloud/articoli/teologia-politica/1049-perche-alcide-de-gasperi-non-fu-cattolico.html

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«Mattarella revochi l'onorificenza al sanguinario maresciallo Tito»

Lo ha chiesto anche il nostro Matteo Castagna durante la trasmissione Facebook di Nicola Pasqualato “Opzione Benedetto TV” di ieri alle 14.30

La notizia è destinata a stupire chiunque ancora la ignori: Josip Broz Tito, il sanguinario “Maresciallo Tito”, è ancor oggi Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, decorato di Gran Cordone. Il titolo onorifico più elevato della Repubblica Italiana. A conferirlo è stato l’allora capo dello Stato Giuseppe Saragat, nel 1969. Sul sito della Presidenza della Repubblica appare ancora l’onorificenza concessa a Tito, responsabile dei crimini commessi nelle terre istriano-dalmate, dalle foibe all’esodo dei profughi.
A chiedere all’attuale presidente della repubblica, Sergio Mattarella, di togliere una così infamante onorificenza sono due consiglieri comunali di Trieste, città tra le più coinvolte e quindi sensibili al dramma delle foibe e dell’esodo istriano-dalmata: Paolo Rovis del Nuovo Centrodestra e Claudio Giacomelli di Fratelli d’Italia.

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FONTE – http://www.secoloditalia.it/2015/02/grande-cocomero/

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